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Film recensioni - The Tree of life

Film recensioni - The Tree of life
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di Filiberto Molossi
Non fatevi fregare: questo non è un film. E' un'opera d'arte. Un'esperienza visiva, un tuffo nella purezza di un cinema che va oltre se stesso, quel che di laico si avvicina di più al sacro. Io non so come ci riesca Malick, però è così: non c'è inquadratura, virgola e persino respiro in questo monumentale «The tree of life» che non appaia frutto di uno studio profondo, di una ricerca instancabile e ostinata della perfezione, di un incantesimo che ha in sè, nella sua prodigiosa sincerità, qualcosa di magico. No, non è (solo) un film questo: è una sinfonia metafisica che cerca la bellezza in ogni cosa, l'affresco sublime della misericordia e della colpa.
 Ritratto familiare filosofico e antinarrativo, epico e insieme intimissimo, «The tree of life» è un film a cui abbandonarsi, che va visto, «sentito», ancora prima che capito: un kolossal dell'anima potente e visionario con cui il regista de «La sottile linea rossa» coglie il senso mistico del divino, là dove il Signore dà e il Signore prende e non c'è che la grazia imprevedibile del mondo a lenire le cicatrici di un lutto insuperabile. Come una smisurata preghiera, «The tree of life», che cerca l'io smarrito, il sè perduto, fino alla fine del tempo, nella speranza di ritrovarsi ancora insieme, un giorno, proprio come una volta. Un film di fortissime suggestioni che, nel nulla che siamo senza amore, fonde insieme micro e macro storia, partendo da un contesto quotidiano per arrivare addirittura a sfiorare l'assoluto, interrogandosi, nella meraviglia stupita della creazione, sull'eternità della vita. Complesso, astratto, spirituale, il film di Malick tocca vette inesplorate posando il suo sguardo su una famiglia americana degli anni '50, dominata dalla figura di un padre (Brad Pitt, molto intenso) ossessionato dalla riuscita dei suoi tre figli, che alleva secondo un'educazione severa quando non repressiva. Il regista americano racconta un'umanità piccolissima davanti al mistero dell'universo (al quale è pure connessa), sperimentando un linguaggio di impressionante forza visiva, disegnando con la macchina da presa percorsi impossibili che sono l'essenza stessa della poesia. Perché se la lunga (anche troppo) sequenza del big bang richiama le immagini del «2001» di Kubrick, è nella vita di tutti i giorni che Malick coglie i fiori più rari.

Giudizio: 4/5
THE TREE OF LIFE
REGIA E SCENEGGIATURA  T. MALICK
FOTOGRAFIA: EMMANUEL LUBEZKI
MUSICA:  ALEXANDRE DESPIAT
INTERPRETI:  BRAD PITT, JESSICA CHASTAIN, SEAN PENN, HUNTER MCCRACKEN
GENERE:  DRAMMATICO
Usa 2011, colore, 2 h e 18'
DOVE: ASTRA e THE SPACE CINECITY

 

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  • Elena Battista

    24 Maggio @ 15.32

    Per il bene del pluralismo, ci terrei invece a dire che ho trovato questo film pessimo. Erano anni, anzi forse era da mai che non sentivo un desiderio tanto forte di esclamare, sbottare, escandescere in generale e, comunque e soprattutto alzarmi e andare a trascorrere quel che potevo riuscire a salvare delle due ore e rotti di film altrove, lontano. Regalando gli otto euro del biglietto alla cineteca per una rassegna sul cinema turco dei primi del novecento, sui documentari di argomento polare, sulle biografie di nani da circo, qualsiasi cosa tranne il polpettone new-age di Terrence Malik. Ero andata al cinema perchè qualche sconsiderato aveva scritto che "ricorda Kubrick". Povero Stanley. Per fortuna da bravo laico (a differenza dell'abbracciatore di alberi Malik) fluttua nel vento e non sta in nessuna tomba dove rivoltarsi a ritmo di Bolero di Ravel in attesa della resurrezione dei corpi, perchè il paragone è sconsiderato. Kubrick raccontava, con immagini strepitose e inquadrature sorprendenti, storie dense e profonde. Il film di Malik è una gigantesca opera di videoarte, senza però avere la potenza di Greenaway e senza né capo né coda, ci mette due ore e rotti per raccontarci che c'era una volta una famiglia con padre autoritario e mamma figa ed eternamente giovane e tre figlioli maschi devastati da un edipo galoppante. Ne nascono due con dovizia di particolari, il terzo ce lo ritroviamo ad un certo punto, non è ben chiaro come accada. Uno ad un certo punto muore, non si sa né come né perchè. La madre fighissima che lo piange ha un paio di leggerissime zampe di gallina sotto gli occhi ma è evidente che non ha più di trent'anni, siamo un po' stupiti che le sia morto un figlio di 19. Certo, mica si puà stare a discutere di queste piccolezze di fronte al Grande Affresco che Tocca l'Anima. Però, come dire, con un montaggio di due ore e mezzo magari quei due o tre snodi narrativi si potevano anche graziosamente elargire. No? Ad un certo punto, quando si è già stremati, oltre le due ore, tutti i personaggi, con età varie, si ritrovano su una spiaggia lambita da tenere ondine, si abbracciano tra sussurri e battiti d'ali: è un'incrocio tra la pubblicità del caffè Lavazza e quella della carta igienica, con teneri pargoletti dalla pelle di pesca. Per tutto il film vocine sospirose fuori campo mormorano banalità imbarazzanti. Gran finale, il film non riesce a finire: la spiaggia, le vocine. Poi di nuovo le aurore boreali. Sean Penn (figo, figo, figo anche con lo sguardo stolido e perso nel vuoto mono-espressione) sale e scende in ascensore. Alberi. Spiaggia. Vocine. Buio. (Sarà finito, sperano tutti. Dalla platea emana come un sollievo). Eh no. Vocine. Aurora boreale. Fiammella. Buio. (Sì sì, dai, adesso è finito). Vocina che dice ancora una verità imperdibile. Alberi. Onde. Buio. Fine. Finalmente. Questo, per dire che può piacere talmente da dargli la Palma d'oro, ma anche essere giudicato da un'appassionata di cinema uno dei film più brutti, noiosi e pretenziosi mai visti. Buona visione.

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