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Scala, l'"Attila" di Verdi con la regia di Lavia

Scala, l'"Attila" di Verdi con la regia di Lavia
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 «Attila è il simbolo della barbarie, che per Verdi è la mancanza di verità e la verità ha come sua essenza la libertà»: così l’attore e regista Gabriele Lavia ha presentato ieri a Milano «Attila», il dramma lirico in tre atti di Giuseppe Verdi, che andrà in scena al Teatro alla Scala dal 20 giugno al 15 luglio prossimi, dopo 20 anni d’assenza che nelle recite del 22 giugno, 4 e 8 luglio vedrà insieme sul palcoscenico il parmigiano Michele Pertusi nel ruolo del titolo e Leo Nucci - parmigiano ad honorem - nel ruolo di Ezio.

«A livello metafisico – ha spiegato il regista, che torna a lavorare alla Scala dopo quasi 30 anni – corrisponde al sole: la libertà è il sole». Infatti, tutte le scene in cui c'è Attila sono buie, di notte; non così quando compare papa Leone, che rappresenta il rinnovo della speranza religiosa, con una croce altissima che lo segue tra una foresta di croci: Attila si piega sulle sue ginocchia. «Tutta l’opera – sottolinea il regista – ha una forza politica simbolica, che a volte sembra un testo di Brecht. Come quando il generale romano Ezio dal proscenio grida al pubblico: “Roma, chi dal cadavere ravvisar può?” sembra scritta non ieri, ma domani. Guardate come siamo ridotti oggi: è triste. L’opera risuona nel cuore dello spettatore di oggi in modo dissonante, ma con una speranza di consonanza».
 La forza del testo è sublimata dalla musica «così rude» - dice Lavia – che Verdi scrisse nel 1846, al centro dei fermenti risorgimentali. Dirigerà l’orchestra Nicola Luisotti, impegnato a «rispettare alla lettera come è stata scritta», ha detto. «E' giusto – ha sottolineato – suonare quest’opera nel 150esimo dell’Unità d’Italia: l’opera di Verdi è attuale». Luisotti ha ricordato che «i barbari distruggono la cultura degli sconfitti per metterne un’altra» e ha messo in guardia dai «tagli discriminati e barbari che mortificano la nostra storia, perchè l’opera italiana ci rappresenta nel mondo ed è considerata una dea».
Le scene di Alessandro Camera rappresentano tre teatri sventrati, ognuno per ogni epoca: la cavea distrutta rappresenta la caduta di Roma (primo tempo); un teatro distrutto dell’epoca verdiana rappresenta il Risorgimento (secondo tempo) e un cinema distrutto (terzo tempo), dove si proietta sempre lo stesso film in bianco e nero sulla vecchia storia degli Unni, rappresenta l'attualità. «Nell’ultimo atto – spiega Lavia – c'è l’ultima lancinante scena, dove il coro, con tutta la sua forza evocativa, è relegato lontano. Davanti, c'è solo fango, la disfatta politica e umana».
I costumi sono di Andrea Viotti: «Avrei avuto bisogno di 1.500 costumi, se li avessi fatti per le tre ere storiche», ha detto Lavia, che poi ha optato per costumi attuali, per ridurre i costi. Gli effetti di luci, di Gabriele Lavia, sono ancora da ultimare. 
 
( Vive Verdi )

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