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Adieu, Petit. Gigante della danza

Adieu, Petit. Gigante della danza
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Vari teatri, dal Petruzzelli di Bari al Bellini di Catania nell’anno passato hanno tributato un omaggio all’arte di Roland Petit, morto ieri a Ginevra a 87 anni per una leucemia, ma è all’Opera di Roma, a dicembre, che è salito sul palco, chiamato alla fine a gran voce dai ballerini, accennando ironicamente anche un passo di danza, mentre il pubblico esplodeva in una entusiastica standing ovation per questo grande, vecchio maestro della danza moderna, che seppe rinnovare muovendosi modernamente oltre gli schemi tradizionali, senza accettare confini per la sua arte, che ha messo al servizio del musical come del balletto più classico, di Bach come dei Pink Floyd, durante una vita in cui ha collaborato con i più bei nomi della cultura e l’arte francese e non solo. Nato a Villemomble nel 1924, figlio di un’italiana e di un barista alle Halles a Parigi, è uscito dalla scuola di Serge Lifar e Boris Kniasseff. Da noi, divenne popolare anche per l'unione di arte e vita con Zizi Jeanmaire, che in Italia ebbe una fortunata stagione televisiva. I primi passi li mosse all’Opera di Parigi quando aveva 10 anni, dove crebbe sino a quando se ne andò sbattendo la porta e dove tornò solo nel 1965 per firmare «Notre Dame de Paris». «Avevo vent'anni – ricordava lui qualche anno fa – Mio padre mi diede i suoi risparmi e creai il mio primo balletto, 'Les Forains'». «Devo confessare – amava dire – che ero ben spalleggiato dai consigli di Jean Cocteau (che firmò il libretto di un capolavoro come «Le jeune homme et la mort»),  Picasso, Marie Laurencin, Jacques Prevert, Boris Vian, Jean Genet, Marcel Aymé, Paul Delvaux, Georges Simenon, che mi hanno disegnato le scene e i costumi e che hanno scritto per me i meravigliosi soggetti dei miei balletti, permettendomi di cominciare a girare il mondo con i miei ballerini». Con alle spalle così forti credenziali, ovunque arrivava trovava porte aperte e finì per frequentare tutti i grandi nomi della sua epoca.   Nel 1945 fonda la sua prima compagnia «Les ballets des Champs-Elysées» poi nel 1948 crea i «Ballets de Paris» al teatro Marigny, con Zizi Jeanmaire, che sarebbe diventata sua moglie, compagna di vita di arte, ispiratrice adorata sempre: «E' lei che mi ispira ancora, ancor più di ieri e ogni giorno sempre di più».  Una carriera lunga e varia insomma, comunque segnata da balletti storici, che spesso, con le loro novità, hanno diviso pubblico e critica. Nel 1972, con il balletto «Pink Floyd», fonda il «Ballet National de Marseille», che dirigerà per ventisei anni, sino al 1998. Ha alle spalle oltre 50 creazioni che spaziano attraverso tutti i generi, nate per Zizi, ma anche per un vasta galleria  di danzatori internazionali, che vanno da Nurejev e Baryshnikov, per i quali crea rispettivamente «Paradis perdu» e «La dame de pique», a Marie-Claude Pietragalla o Alessandra Ferri, lavorando dall’interno della struttura di un balletto a rinnovare continuamente il suo stile e il suo linguaggio, maestro nell’arte del pas de deux di coreografie narrative, di cui è grande esempio «Carmen» che fece scandalo per la sua eccessiva sensualità, ma creando anche capolavori puramente formali, astratti. Era sempre disponibile a raccontare le sue storie e, pensando a tutti i grandi che aveva conosciuto, amava citare i primi versi di una poesia di Paul Fort: «Se tutti i ragazzi del mondo potessero darsi la mano, faremmo il giro del mondo». 

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