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Kusturica, l'oblio e il romanzo di una vita

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Maria Cristina Maggi
Dove sono in questa storia? Una domanda rubata ad un amico borseggiatore. Una domanda che ricorre costantemente e che è anche il titolo dell’autobiografia (edita da Feltrinelli) del regista e musicista Emir Kusturica, presentata domenica sotto il cielo blu del bellissimo anfiteatro di piazza Shakespeare.
Moltissimi spettatori sono accorsi per conoscere più da vicino uno dei registi più geniali, amati e celebrati del cinema moderno: un bel modo per calare il sipario a quel bel progetto che è stato il ParmaPoesia Festival.
«Sono 350 pagine da leggere tutte d’un fiato nelle quali troviamo gli stessi ingredienti del suo cinema: metafora, ironia, nostalgia», ha detto subito il direttore del Festival Nicola Crocetti per poi approfondire un aspetto fondamentale del libro: l’oblio. «Quella dimenticanza che lenisce il dolore e ci aiuta a sopravvivere... Lo stesso accade con la gioia, se l’oblio non la anestetizzasse impazziremmo di felicità. Benché io sia fra quelli che credono che l’oblio sia una salvifica formula di sopravvivenza voglio discostarmi dalla tendenza contemporanea all’oblio: per questo ho scelto di scrivere il libro».
Poiché, come disse un poeta, anche ricordare vuol dire non morire.
Intervistato dal critico cinematografico della «Gazzetta» Filiberto Molossi, il regista, pluripremiato sia a Cannes che a Venezia, ha iniziato a volgere il nastro. Per ricordare, come forte presa di coscienza e a quasi vent'anni dalla tragedia dei Balcani continuare a cercare il suo posto. E ritornare così agli anni degli studi all’accademia cinematografica di Praga e all’orgoglio del padre che gli disse «Non occorre che diventi un Fellini, che tu sia almeno un De Sica».
«E' un libro di immagini straordinarie dove si aprono squarci di grande cinema: a partire da quel topolino in una scarpa durante una corsa di atletica leggera; o dal pianto di uno psichiatra nel corso di una seduta...», ha poi ribadito Molossi. Sì, tanto cinema palpita in queste pagine, come l’avventura delle tante proiezioni mancate di «Amarcord» di Fellini, a cui arrivava stremato dopo lunghi viaggi tra Praga e Sarajevo in cerca del suo grande amore, Maya: finiva sempre con l’addormentarsi, divorato dai sensi di colpa il giorno seguente. «Finalmente sono riuscito a vedere il film con Maja a Sarajevo: ci siamo sposati e abbiamo visto Amarcord centinaia di volte», ha concluso con una vena di romanticismo e quella faccia inconfondibile, con quegli occhi capaci di carpire l’inimmaginabile e sovrapporre realtà e fantasia, tanto da far coincidere la figura Tito con quella di Chaplin ne «Il grande dittatore».
Infine, l'autore de «Il tempo dei gitani», uno dei registi più visionari e interessanti dei nostri tempi, infinitamente grato a Fellini per la sua straordinaria lezione di poesia, ha parlato del suo legame con Parma, la stretta e decennale collaborazione con Solares-Fondazione delle Arti e il progetto del film «Verdiana» con le musiche del grande Peppino. «Verdi è uno dei più grandi personaggi della musica e insieme alla mia band, i  “No Smoking Orchestra”,  ho deciso di raccogliere questa sfida, cercando di contestualizzare Verdi ai giorni nostri: sarà qualcosa di insolito e profondamente italiano», ha detto con il sorriso, per poi passare al progetto del film spettacolare sulla vita di Pancho Villa con Benicio Del Toro: «Ancora una volta c'è un legame con l’Italia, mi piacerebbe realizzare un film come avrebbe fatto Sergio Leone, una sorta di spaghetti western...».
Numerosi progetti con una domanda che torna e ritorna nella mente: «Dove sono in questa storia?». «Leggete questo libro - ha concluso - : è molto più di un libro di storia, perché personale e onesto».

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