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Lucarelli regista: "Spero di non fare danni"

Lucarelli regista: "Spero di non fare danni"
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Paolo Petroni
«Dovrei riuscire a non fare troppi danni», afferma sorridendo Carlo Lucarelli che per la prima volta lavora dietro una macchina da presa e, sul set allestito a Ponte Galeria vicino a Roma, è il regista del film tratto dal suo romanzo «L'isola dell’angelo caduto» (Einaudi, 1999), le cui riprese dovrebbero terminare entro la fine del mese. Per affrontare quest'impegno lo scrittore nato a Parma ha abbandonato il romanzo al quale stava lavorando (un thriller ambientato nella sua Bologna, ormai giunto alla fine) e che completerà non appena terminato il film per poi riprendere anche «BluNotte» su RaiTre.
«Come lo scrittore, il regista è quello che si prende le responsabilità ultime, che fa le scelte definitive - racconta Lucarelli - ma non lo fa da solo davanti a un computer, bensì all’interno di un gruppo di persone che gli fanno le proprie proposte, che gli presentano le varie opzioni possibili, che cercano di rendere visibile quel che gli è stato chiesto. Un film è un lavoro collettivo e gli altri sono tutti professionisti, per questo dico che  dovrei riuscire a non fare troppi danni».
 Il romanzo, e così il film che Lucarelli stesso ha sceneggiato con Giampiero Rigosi e l’aiuto di Michele Cogo, si svolge nei primi anni del fascismo e il protagonista è un commissario (interpretato da Giampiero «Coliandro» Morelli), alle prese con una moglie depressa che vuole solo lasciare l’inospitale isola (per confinati politici e non), in cui il marito è stato relegato. Il commissario si trova davanti a tre morti sospette: un informatore della polizia, un miliziano donnaiolo e l'ispettore postale. Per il capomanipolo della milizia e il federale si tratta subito di suicidi, ma Valenza, un medico confinato, darà una mano perchè sia fatta giustizia.
 Il romanzo è visionario, surreale, grottesco per cui «la prima necessità - spiega l'autore - è stata quella di dare alla storia e ai personaggi uno spessore, una sostanza filmica. Nel libro può bastare scrivere che una certa persona è inquietante, qui devo pensare a quale faccia debba avere, quale taglio di capelli, come debba muoversi per apparire tale e fare qualcosa di inquietante. Così, oltre all’attore, dal truccatore alla parrucchiera, dal costumista all’operatore, che sceglierà la luce giusta, tutti sono essenziali per raggiungere quel risultato».
 Naturalmente, leggendo il romanzo si capiva che Lucarelli parlava degli anni del delitto Matteotti e del fascismo, di un paese a un bivio, per raccontarci anche della necessità di fare delle scelte nell’Italia di oggi: «raccontiamo sempre il presente, ma può riuscire meglio spostandolo da un’altra parte. E poi c'è la necessità di raccontare la nostra storia: più lo facciamo e meglio è, perchè i meccanismi di quel che accade sono sempre gli stessi e bisogna capirli per evitarli. Se la storia sino a oggi non è stata maestra e si è ripetuta più volte e proprio perchè non si era capito il ruolo essenziale della memoria», conclude con calore Lucarelli.

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