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Al Regio come in discoteca

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Giacomo Marzi


Delle macchine. Ecco come, nel gergo dei musicisti, si potrebbe definire un gruppo come i Kool & the Gang. Tutti professionali, precisi, assolutamente rodati, nati showmen. Ogni concerto speso con la stessa energia per il groove ed il suo verbo, e per il pubblico, al Teatro Regio di Parma come al Jazz Festival di Montreux come alla House of Blues di Chicago.
Scaletta dosata sapientemente in un climax che partiva dalle melodie jacksoniane degli ultimi tempi a ritroso verso il groove nervoso ma sempre orecchiabile (non ci si aspetti nulla alla Fred Wesley Connection o alla Pee Wee Ellis Group, per intenderci) Kool e la sua Gang, martedì sera nell’inconsueta cornice del «tempio della lirica» ducale, hanno saputo scaldare gradualmente il pubblico come il miglior amante fa con la propria partner.
I primi pezzi, più recenti, come si è già detto fanno sentire prepotente l’influenza di Michael Jackson (al quale non per niente è tributato uno splendido omaggio con una versione quasi anastatica di «Don't stop 'til you get enough» con tanto di «moonwalking»), ma rispetto al King of Pop le atmosfere sono indubbiamente più funky: le ritmiche sono più appoggiate e più marcate (merito soprattutto dello stile scarno ed essenziale tutto al servizio del groove del basso di Kool, in arte Robert Bell, mente e fondatore della band); e le movenze armoniche indiscutibilmente più raffinate.
Da «Fresh» in avanti è un crescendo di funky sempre più teso: da un omaggio a James Brown dove Kool ha scimmiottato il grande Godfather of Soul prima dirigendo la band a bacchetta («Give me one!»…Bam! «Give me two!»…Bam Bam! Eccetera) e dando il quattro per un’infuocata «Party People» passando per i successi quali «Jungle Boogie» nei quali si è potuto apprezzare l’affiatamento e la precisione millimetrica della sezione fiati che grazie alle succitate caratteristiche sembra molto più ampia di quello che in realtà è (si parla di un trio tomba-trombone-sassofono contralto), e la preparazione jazzistica dello storico pianista George Brown che ha piazzato diversi assoli fatti di gusto e alcuni sorprendenti echi direttamente dal miglior Herbie Hancock.
La folla comincia ad agitarsi e da «Ladies’ night» a «Get down on it» è il delirio: il pubblico è in piedi e balla accalcato sotto il palco seguendo le coreografie (anch’esse studiatissime e sempre diverse) della band. Lo scontatissimo bis che conta un unico pezzo («Celebration», quale altro?) conclude l’unica serata nella storia del Teatro Regio che ha visto il pubblico andarsene sudato. Ma il funky, diceva sempre “The Soul Brother Number One”, Mr. James Brown, non è altro che «Body heat».

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  • commerciante preoccupata

    04 Agosto @ 09.25

    di certo uno dei concerti più belli che io abbiamo mai visto! di sicuro il più divertente in assoluto!!! un plauso alla band che per 2 ore ha suonato, cantato e ballato senza sosta, con una maestria e un entusiasmo che hanno contagiato il pubblico.

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