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"Adelaide di Borgogna" si perde tra i maxischermi

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di Gian Paolo Minardi

Rossini Festival, 32ª edizione: approdo consolidato, oltre che dalla risposta del pubblico, proveniente da ogni parte del mondo (il Festival italiano dove si respira davvero un’aria internazionale), dalle ragioni stesse da cui ha preso vita, l’approfondimento di un musicista la cui produzione teatrale, vastissima nonostante si fosse interrotta prematuramente, era ancora in gran parte sommersa.
 Prova ne sia che ancor oggi il Festival non ha ancora riportato alla ribalta tutti i titoli: uno «nuovo» si è aggiunto ora con l’opera inaugurale di questa edizione, «Adelaide di Borgogna» il cui lungo sonno, dopo il non fortunato debutto romano del 1817, era durato fino al 1984 quando fu risvegliata dal Festival della Valle d’Itria, meritorio indubbiamente insieme a quello pesarese della «Rossini Renaissance».
 Fu utile quella fortunosa ripresa a individuare certi tratti dell’opera che ora, nella riproposta del ROF sulla base dell’edizione critica realizzata da Gabriele Gravagna e Alberto Zedda, trovano più scoperto rilievo, a smantellare i pregiudizi sedimentati dalla critica ottocentesca, complice l’austero Radiciotti che senza mezzi termini la giudicò «la peggiore delle opere serie di Rossini».
 Quante volte simili giudizi sono stati capovolti, anche nel caso dello stesso Verdi, a dire di quel gioco di vischiosità che si insinua nella storia. A smontare l’opinione di Radiciotti, dopo l’ascolto dell’altra sera, concorre indubbiamente la ritrovata coscienza di tutto il Rossini serio in quest’ultimo trentennio, ciò che ci consente di vedere in questa «Adelaide» uno dei modi assunti dal pesarese per rivivere il 'dramma' attraverso la musica, vale a dire decantando la più pressante evidenza attraverso la bellezza del canto, quella ardimentosa virtuosità intesa quale metafora, trascrizione simbolica non meno che emozionale di tormenti , strazi, abbandoni sognanti.
 La vicenda dell’opera, approntata dallo Schmidt per un Rossini impegnatissimo in quell'anno a Napoli ma deciso a non rinunciare alla richiesta di Roma (che anno quel 1817, con «Cenerentola», «Gazza ladra» e «Armida»!) ci porta nel medioevo, alle lotte tra Ottone e Berengario con al centro la bella Adelaide, vicenda piena di colpi di scena, incredibili ma che Rossini appunto scioglie attraverso una rete abilissima di duetti, terzetti, quartetti soprattutto, i due magnifici che fungono da finali, percorsa all’interno da un recitativo di forte segno espressivo, un tessuto di musica di impalpabile seduzione, nella pregnanza della strumentazione e nella avvolgente presenza della coralità, entro il quale i personaggi lasciano affiorare la propria fisionomia. 
Un passaggio questo, tra carattere vocale e individuazione drammatica sempre rischiosissimo quanto affascinante, artefice in particolare l’interprete: ben realizzato l’altra sera da Jessica Pratt nell’incarnare l’arduo profilo di soprano di agilità che Rossini crea per Adelaide, non meno virtuosistico quello di Ottone, concepito 'en travésti', che ha trovato piena rispondenza nella sempre autorevole Daniela Barcellona; puntata estrema anche per Adelberto (figlio di Berengario e aspirante alla conquista di Adelaide) che Rossini concepisce come 'contraltino', misura assolta non senza evidente sforzo da Bogdan Mihai. Ben posato invece il Berengario di Nicola Ulivieri. Dirigeva i complessi del Comunale di Bologna Dmitri Jurowski, con riconoscibile disinvoltura, anche se di segno a volte un po' grezzo. Del tutto artificiosa, faticosa per lo spettatore, la regia di Pier'Alli, mirata a ricreare tutto il sottofondo di quella meravigliosa astrazione che è la musica di Rossini: il clima medioevale, con l’ormai scontata miscela ottocentesca, le battaglie, squarci di crudo realismo affidati al cinema e insieme la freddezza di un'impaginazione araldica, tipo multischermo; insomma , si diceva, un disagio per gli occhi e per la mente che il pubblico alla fine ha sonoramente rimarcato; meno spiegabili i «buhu» per la Barcellona... 
 

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