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Addio a Jacopetti, inventò il genere del docu-film

Addio a Jacopetti, inventò il genere del docu-film
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 Giorgio Gosetti

Era di Barga, toscanaccio per discendenza e per scelta; viveva a Roma in un attico appartato e lontano dal frastuono di quella città del cinema che per una breve stagione lo adottò facendone il diavolo e l’eroe contemporaneamente. Gualtiero Jacopetti, nato il 4 settembre del 1919 e scomparso mercoledì sera, è stato la pietra dello scandalo e il protagonista di una breve stagione del giornalismo e del cinema italiano: quella che fotografava l’Italia degli anni '50 che tra mille paure e frenesie si affacciava agli anni '60.
 Non è certo per caso che proprio a lui si ispirò Federico Fellini per costruire il personaggio di Marcello, cronista cinico e timido di «La dolce vita». In quegli anni il vero Jacopetti aveva tutta Via Veneto ai suoi piedi: era stato giornalista d’assalto, detenuto in carcere, protagonista di polemiche e processi, cacciatore di donne e sedotto dalle donne. Occhi azzurrissimi, cipiglio ribelle, capelli neri, eterno sorriso beffardo, si era fatto largo da solo nel mondo dell’informazione e del cinematografo.  «All’estero – ha raccontato una volta a Barbara Palombelli in un’intervista -, “Mondo Cane” e “Africa Addio” sono oggetto di culto e di studio. In Italia, invece, mi hanno detto di tutto: razzista, fascista, mi hanno accusato perfino di strage. Tutto falso come poi i tribunali hanno dimostrato. Sia chiaro: rifarei tutto quello che ho fatto. E mai stato fascista».
Si è sempre invece definito «liberale e anticomunista», venerava il suo primo direttore di giornale, Indro Montanelli, e alla sua visione laica del mondo si ispirava. 
Lo conobbe subito dopo la guerra, che aveva vissuto da volontario e poi da partigiano, ma sempre onesto nel dichiarare la grande fascinazione che su di lui aveva avuto il mito del Duce. Alla vigilia delle elezioni del '48 diede vita a un movimento anticomunista, quindi partì da clandestino per l’Austria e lì cominciò la sua carriera di reporter, inviato speciale ante litteram: appassionato di viaggi e sempre alla ricerca delle sfide estreme, sarebbe andato più volte in Africa, avrebbe conosciuto la prigione (condannato per lo stupro, sempre negato, di una minorenne che poi sposò), avrebbe dato vita negli anni '50 al suo primo giornale “Cronache”, insieme a firme di assoluto prestigio.
Dopo un’intervista al Negus d’Etiopia venduta alla «Settimana Incom» diretta da Barzini Junior, l’intraprendente giornalista si specializzò nei reportage ad effetto. E insieme all’amico Carlo Prosperi convinse il commendatore Rizzoli a produrre il suo primo film di montaggio. Era il 1961 e «Mondo cane» fece il giro del mondo con un effetto a sensazione che fruttò clamorosi incassi e dure polemiche. La colonna sonora di Riz Ortolani («More») divenne la sigla sonora di quel decennio. Dopo un sequel realizzato di malavoglia, altri titoli come «La donna nel mondo» (con Paolo Cavara) e «Addio Zio Tom», Jacopetti torna a far parlare di sè in modo clamoroso con «Africa addio» del 1964 sui guasti e le storture della fine del colonialismo.
La ricetta del successo è sempre la stessa, un genere di cinema documentario soggettivo e provocatorio che resta indissolubile dal suo nome: immagini a sensazione, punto di vista cinico ed anticonvenzionale, indifferenza ai modelli etici della chiesa e del comunismo, individualismo ostentato e aggressivo. «All’inizio degli anni '80 mi chiamò perfino Berlusconi – ha raccontato – che voleva affidarmi le sue televisioni ma poi mi spiegò che non poteva per il veto dei socialisti. Oggi che è un po' in disarmo mi verrebbe voglia di cercarlo: sono fatto così, mi piacciono i perdenti».
Intanto la vita privata negli anni '60 di Jacopetti fu altrettanto tumultuosa: lasciata la prima moglie si fidanzò, per la gioia dei paparazzi, con l’attrice Belinda Lee. Ebbe con lei un terribile incidente d’auto, rimase a lungo dipendente dalle droghe, mise al mondo una figlia adorata. Un paio di film sfortunati sempre appartenenti al modello originale (l'ultimo fu «Mondo Candido»), gli chiusero le porte del cinema e cominciò un lento declino raccontato di recente nel libro/intervista «Mondo cane addio» pubblicato su Internet nel 2010 da Marcello Bussi. Difficile ancor oggi dire chi sia stato Gualtiero Jacopetti: certamente un innovatore del linguaggio giornalistico e del documentario, certamente un «cane sciolto» prima sopravvalutato e poi esecrato; certamente un uomo solo incapace di uscire dal cerchio della sua bravura e delle sue ossessioni.
Jacopetti sarà cremato e sepolto nel cimitero degli inglesi a Roma accanto a Belinda Lee.

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