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Olmi: "Ricordiamoci di essere cristiani"

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DAL NOSTRO INVIATO

Filiberto Molossi
Vorrei suggerire ai cattolici come me di ricordarsi talvolta di essere anche cristiani». E così sia. A Venezia la lezione di Ermanno Olmi: ne «Il villaggio di cartone» - dedicato a Tullio Kezich e a Suso Cecchi D'Amico - batte il cuore di un uomo che sa cos'è la fede. Che è vera e autentica solo quando «il peso dei nostri dubbi è superiore a quello delle nostre convinzioni. Perché per essere davvero un uomo di fede devi avere davanti un muro di dubbi. E’ troppo comodo affidarsi a una religione o a un’ideologia, lasciare che qualcuno pensi per noi: io continuo a interrogarmi. E non pretendo che Dio risponda: siamo noi che dobbiamo farlo. Troppo comodo fare rispondere Lui». La leggenda del santo autore: a 80 anni compiuti il più bressoniano dei registi italiani si rimette in gioco e invita - con un apologo morale dove la poesia prevale sulla predica - all’accoglienza: tema forte e centrale di una Mostra che si ritrova improvvisamente nella stessa barca dei migranti. E di chi è chiamato a dare loro, cristianamente e umanamente, aiuto. «Perché non c'è cosa più importante dell’accoglienza - sostiene il regista de «L'albero degli zoccoli» -. E’ ora di andare oltre la sacralità dei simboli, c'è menzogna anche nella pietà: tutti ci inginocchiamo davanti a un Cristo di cartone, quando invece dovremmo inginocchiarci davanti a chi soffre, agli ultimi del mondo. Inginocchiamoci davanti a loro perché pagano per noi». Al Lido con gli interpreti della pellicola (tra cui il Michael Lonsdale di «Uomini di Dio» e il «replicante» Rutger Hauer), Olmi, che incanta con la saggezza del vecchio maestro più di quanto riesca a fare il suo film, racconta ne «Il villaggio di cartone» (per cui si è valso della consulenza dello scrittore Claudio Magris e di quella di monsignor Gianfranco Ravasi) la parabola di un gruppo di clandestini che, con la complicità di un anziano sacerdote, trova rifugio in una chiesa sconsacrata, dove gli arredi servono per fare letti di fortuna e nell’acquasantiera si scalda l’acqua per fare partorire una donna. «Se le chiese non eliminano i loro orpelli, come quelli, subdoli, dei conformismi culturali, non possiamo entrare in relazione con gli altri: restiamo solo maschere, uomini di cartone. La chiesa deve essere casa: un luogo in cui non si domanda a nessuno chi sia, da dove venga e come la pensi». Tra gli immigrati del film però anche un terrorista ragazzino pronto a farsi saltare in aria...: «Non ho mai pensato - sottolinea Olmi - che tra i clandestini ci siano solo santi: e ho voluto rappresentare, in un film dove ogni persona e ogni oggetto è un simbolo, anche chi non accetta la relazione col diverso e sceglie la violenza come un dovere per non dialogare con l’altro. Ma solo nel confronto con gli altri capiamo chi siamo e dove stiamo andando». Anche perché, «per me siamo tutti fratelli: e resto convinto che la solidarietà possa risolvere molti problemi del mondo. Sarà una piccola cosa, ma è questa la mia forza». 
 

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  • Daniele Tanzi

    08 Settembre @ 10.36

    Ovviamente, ho il massimo rispetto per le idee del Maestro. Tuttavia, la Sua mi sembra utopia. I fatti quotidiani, in tutta Europa, ma anche nella nostra città, stanno a dimostrare quanti problemi creino l'accoglienza e la presunta integrazione.

    Rispondi

  • The oracle

    07 Settembre @ 21.33

    Quanta poesia e spiritualità nei suoi film, alcune sue opere sono veramente uniche e fuori da ogni stereotipo.

    Rispondi

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