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Venezia vende l'anima al diavolo

Venezia vende l'anima al diavolo
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Filiberto Molossi
Venezia vende l'anima al diavolo: e si inchina al monumentale «Faust» diretto da un regista per pochi che piace a tanti. E' il paradosso di chi, non senza orgoglio, si definisce Mostra d'arte: e davanti allo strapotere hollywoodiano rivendica un'anima europea. A costo di firmare col sangue un verdetto di nicchia. Ma che, d'altra parte, è davvero difficile contestare.
Perché sì, il Leone che ruggisce in russo riconosce il talento visionario  di Aleksandr Sokurov, maestro di un cinema ostico ma coltissimo, autore di pellicole immaginifiche e di progetti impossibili che rielabora il cinema e ne fa, per l'appunto, opera d'arte, esperienza sensoriale, viaggio nel profondo.
Per carità, niente da dire: se non che i giurati - che hanno dimenticato del tutto i più «leggibili» «Carnage» (universalmente amato da critica e pubblico) e «Le idi di marzo» (è inutile: il film d'apertura, chissà perché, non viene mai preso in considerazione...) -, consegnando il Leone d'oro al «Faust» («ci sono film che fanno piangere, ridere, pensare, commuovere, film che cambiano per sempre le vite. E questo  - ha detto il presidente Aronofsky - è uno di quei film») scelgono che a trionfare sia una pellicola che, uscita dalla cornice magica della Mostra, vedranno in pochi o pochissimi, un film che chiede molto a chi guarda senza regalare niente a nessuno.
Ma nella vittoria del cinema sperimentale, più coraggioso e meno etichettabile (mai come stavolta tanto numerosi - c'è da gioirne - i riconoscimenti che vanno in questa direzione) fa festa anche l'Italia: assegnato infatti (a dire il vero un po' generosamente...) a «Terraferma» di Emanuele Crialese il premio speciale della giuria. Un successo che il regista di origine siciliana ha dedicato «ai pescatori e agli uomini di mare», ringraziando inoltre gli abitanti di Linosa e Lampedusa «per avermi insegnato a guardare oltre un orizzonte che mi sembrava stretto».
Da manuale, poi, le Coppe Volpi agli interpreti: entrambe strameritate. Nella gara, affollatissima, degli attori ha prevalso quello che è stato il vero protagonista di Venezia 68, Michael Fassbender, neo divo paparazzatissimo che - presente anche nel film di Cronenberg -, ha spazzato via una formidabile concorrenza (compreso Gary Oldman, che ha definito «il mio eroe») con l'interpretazione a nudo (in tutti i sensi) del disperato «sex addicted» di «Shame». Splendida però anche la cinese Deanie Ip, la domestica del toccante «A simple life», un altro dei film che ha più convinto. Va in Oriente, ed è molto ben dato, anche il Leone d'argento al miglior regista: se lo è aggiudicato Shangjun Cai, davvero bravissimo nella composizione dell'inquadratura, per «People mountain people sea».
In una cerimonia molto sobria, quasi funerea (pallida in volto Vittoria Puccini, madrina coraggiosa sul palco nonostante la recentissima scomparsa della mamma; ma anche Sokurov non ha potuto non ricordare il lutto della Russia per la morte di 43 persone in seguito alla caduta di un aereo), in cui il discorso finale del direttore Marco Müller è sembrato un commosso congedo (il suo contratto è scaduto, ma se non sono pazzi lo riconfermano domani), hanno trovato gloria anche il greco (da noi molto amato)  «Alpi» (miglior sceneggiatura), i due giovani interpreti del giapponese «Himizu» (premio Mastroianni), Robbie Ryan, direttore della fotografia di «Cime tempestose» (Osella al contributo tecnico) e l'italiano Guido Lombardi con «Là-bas» (migliore opera prima). Frammenti di un cinema di domani che lancia al futuro la sfida di un linguaggio non convenzionale: perché Venezia è spartiacque, confine, frontiera. E indietro non si torna.

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