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Neue Vocalsolisten, mirabili intrecci tra parole e musica

Neue Vocalsolisten, mirabili intrecci tra parole e musica
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 «O parola, tu che mi manchi», la disperata invocazione di Aronne sulla quale la penna di Arnold Schoenberg si è fatalmente arrestata, alla fine del secondo atto della sua grande opera incompiuta, «Moses und Aron», sembra oltremodo prolungarsi lungo i tracciati della contemporaneità rinnovando quel dilemma che da sempre la musica si è portata addosso nel confrontarsi con la parola, in un gioco di concessioni, di convergenze, di appropriazioni, di violenze mai concluso. 
E il senso di questa stimolante irrisolutezza affiorava in maniera avvincente dal programma realizzato l’altra sera al Farnese, per l’inaugurazione della rassegna «Traiettorie», dai Neue Vocalsolisten, complesso di straordinaria bravura per intelligenza e forza inventiva, doti quanto mai proficue per penetrare le trame più occulte dei vari intrecci tra parola e musica, quali i quattro proposti. 
Parola che si dissolve per ricomporsi - quella presenza/assenza indicata da Boulez - attraverso altri modi, insinuandosi nel timbro, nei modi d’attacco, in tutta una sequenza di atteggiamenti come quelli con cui Georges Aperghis rivive le frenesie materiche, non poco drammatiche, di Wölfli muovendo da quel suo dialetto bernese di cui solo sul finire del brano - «Vittriol» appartenente alla 'Wölfli-Kantata' - affiora un residuo, patetico ritorno alla realtà. Parola che si fa suono, materia, attraverso il filtro del passato, propone José Maria Sanchez Verdu in questa sua «Scriptura antiqua», retaggio madrigalistico - che l’ambientazione del Farnese pareva rinnovare in una prospettiva suggestivamente deformata - che si decanta appunto in un materismo sottile, sabbie accumulate da un tempo immemore che erodono il profilo di emblematiche scritte, con guizzi improvvisi di coscienza, come avviene in un grande conterraneo del musicista, Antoni Tapies. Andreas Dohmen, con «Infra», parte invece da un passato più aulico, musicalmente più celebrato anche, un sonetto del Petrarca, rivisitato nelle viscere dei suoi elementi primari, materia sonora percorsa dall’interno, indagata nelle sue componenti fonetiche, come a ricomporre un percorso poetico, non senza una certa troppo scoperta pretestuosità effettistica. Cambio di registro deciso nella seconda parte, interamente occupata da «A-Ronne» di Berio, su testo di Sanguineti, lavoro legato nella nostra memoria ad una stagione lontana, dominata dagli sperimentalismi linguistici indotti dall’«opera aperta» e da quel gusto del gioco in cui il compositore ligure non era secondo a nessuno: scambi combinatori, alla Perec, scorciatoie inattese, sortite innescate da quello strepitoso crogiolo di inventiva vocalistica che era Cathy Berberian. 
Il timore dell’invecchiamento, lo stesso che ci accompagna in certi riaccostamenti al 'dada', è stato invece smentito dalla vivacità della proposta con cui i magnifici vocalisti hanno interpretato il «radiodramma», con una gestualità, fisica e fonetica insieme, davvero esilarante: senza mai tradire le regole del gioco. Applauditissimi, giustamente.g.p.m.  

 

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