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Il "senso" di Temirkanov per il Requiem

Il "senso" di Temirkanov per il Requiem
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 L'attesa di quella «Messa da Requiem» con cui Temirkanov avrebbe dovuto inaugurare il «Festival Verdi» del 2009 è stata finalmente esaudita, aggiungendosi così un tassello particolarmente significativo al tributo che il grande direttore ha offerto all’interpretazione verdiana. Le testimonianze legate alla sua presenza a Parma hanno infatti mostrato la superciliosa banalità di chi pensava che la personalità di Temirkanov trovasse un’unica definizione, anche se altissima, entro la cornice della musica russa, valutazione smentita dal suo primo approdo sul podio del Regio, con quella «Traviata» che ha lasciato stupefatti per l’intensità rapinosa con cui il direttore si è calato nella drammaturgia così particolare di quest’opera, senza sovraccarichi esteriori né quella prevaricazione strumentale di certi direttori sinfonici, anche di forte segno, quando si sono accostati al melodramma, svelando nella pulsante elasticità dei contrasti e nella freschezza con cui evocare un colore emozionale, quella classicità che costituisce una fibra portante della sua visione musicale. 

Aspetto riconoscibile anche quando Temirkanov si muove entro la sfera della propria tradizione, quel suo Caikovskij mai spinto verso la declinazione decadente ma vissuto come un classico, nell’essenza più che nella pura costrizione formale. 
Lungo tali coordinate ci è par-
so cogliere la forza interpretati-
va di questa esecuzione del «Requiem», davvero unica nella mobilità e nella naturalezza con cui Temirkanov ha saputo tracciare il senso di continuità tra lo snodarsi delle varie situazioni emotive; come un “racconto” scandito da forti contrasti e pur pervaso più intimamente da un comune sentimento, che traluce a volte da una semplice inflessione vocale, da un’armonia inattesa, il che sembrava accrescerne la dimensione più segreta, della confessione, quasi a trattenere certa ostentazione melodrammatica, e pur innervato di una forte “rappresentatività”, nel senso inteso da Pizzetti nel suo bellissimo saggio sul «Requiem» verdiano: «un rappresentare, quello di Verdi, che è piuttosto un esprimere, lo so: ma un esprimere che è, anche, un rappresentare».
Fin dall’inizio, dal trepido sus-
surrio del coro al moto di speranza consolatrice del «lux perpetua», trapasso di ineffabile suggestione, Temirkanov ha indicato l’interiorità del percorso, nel modo con cui ha evocato l’alternarsi di luci e ombre attraverso la sinuosa mobilità del tessuto orchestrale; e poi soprattutto nell’avvolgere il fluire del discorso con quel respiro che, nella stessa scansione delle pause, dei silenzi, portava a «guardar dentro», scandagli entro la stessa violenza drammatica. Un’interiorità, infatti, che pareva non dissolversi anche nei momenti più esposti, come l’esplosione del «Dies irae», preludio ad una sequenza di situazioni emotive contrastanti che Temirkanov è andato ricreando: la stupefazione, la trepidazione, la poetica evocazione e la tenerezza affettuosa, fino al groppo del «Lacrymosa», della cui mestizia Verdi aveva già intriso il compianto di Filippo davanti alla salma del Marchese di Posa: straordinaria esplorazione dell’animo umano quella racchiusa nel potente blocco suggellato dal terrifico gesto. 
Ma poi ancora tanti i momenti affioranti da questa avvolgente continuità, dalla leggerezza con cui la melodia si apre entro la liberatoria frenesia contrappuntistica del «Sanctus» alla visionarietà ansiosa del «Lux aeterna», attraversata da corrusche modulazioni tra la luce proposta dal mezzosoprano e la cupa risposta del basso. 
Naturalezza magica quella di Temirkanov, nel modo con cui riplasma gli strumenti, ottenendo duttilità dall’orchestra e piena rispondenza dall’ottimo coro di Faggiani come pure nella misura ottenuta dai quattro solisti: tenendo controllato l’estro a volte inquieto di Dimitra Theodossiou, assecondando la vocalità sinuosa di Sonia Ganassi nella parte, quella mezzosopranile concepita da Verdi per Maria Waldmann, forse più interiorizzata, gestendo sapientemente le voci maschili, quelle di Roberta Aronica - bello lo stupefatto «Hostias» - e del musicale Riccardo Zanellato.g. p. m.
 

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