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"Falstaff" sta al gioco negli spazi farnesiani

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Tornava alla mente l’altra sera ascoltando questo «Falstaff» entro gli spazi un po' stregati del Teatro Farnese la sortita di Verdi quando, insofferente alle pressioni “impresariali” che precedevano il decollo scaligero dell’opera replicava quasi con stizza a Ricordi che in fondo il «Falstaff» lo stava scrivendo per piacer suo e invece che alla Scala meglio sarebbe stato presentarlo a Sant'Agata; quasi certamente un tentativo di depistaggio, per evitare tutto il baccano che una nuova opera di Verdi, quasi ottantenne, inevitabilmente creava, e tuttavia pur sempre uno spunto rivelatore delle ragioni che circolano nel profondo di questa partitura: che inevitabilmente diventa uno specchio segreto sul quale, con lo scarto della cornice comica, si riflettono le ombre di un’intera vita.
E proprio in questo trascolorare tra la giovinezza dello scherzo e la senilità della riflessione sta tutta la difficoltà della messa a fuoco interpretativa, legata alla stessa collocazione: tra la sognata, sia pur provocatoria, intimità di Sant'Agata e il grande contenitore, filtro quasi obbligante tale alternativa dei caratteri musicali, così particolari per quel “colore” riverberato dalla musica, da quel suo insinuarsi entro la trama più evidente della parola, quindi entro le nervature della rappresentazione.
Scelte dunque legate ai fascinosi quanto sibillini spazi farnesiani quelle che hanno accompagnato questa proposta, per l’evidenza assunta dal gioco dell’azione rispetto a quel più temperato passo conversativo che scaturisce dalla prodigiosa partitura, con le sottigliezze più segrete inventate da Verdi sul filo di una rivisitazione madrigalistica che era certamente un modo, sorprendentemente premonitore, in quegli anni in cui il nostro melodramma mostrava esuberanze non poco smodate, di «tornare all’antico». Gioco retrospettivo pieno di ambivalenze, infatti, dove quel “comico”, inseguito segretamente da Verdi per una vita intera dopo lo smacco di «Un giorno di regno», si impregna di malinconie inestinguibili se non con i controveleni del cinismo, che si fa amarezza, disagio, struggimento, fino allo “scioglimento” del «tutto nel mondo è burla».
Tutto questo tessuto sotterraneo che definisce l’unicità di «Falstaff», pur dietro la facciata imprescindibile del “comico”, è parso l’altra sera alquanto temperato oltre che dai vincoli acustici anche dal vitalismo efficientistico della direzione di Andrea Battistoni, volto a sostenere con piglio deciso soprattutto la tensione narrativa e a regolare un rapporto col palcoscenico non sempre facile. Passo positivo suggellato dal protagonista, Ambrogio Maestri, calato naturalmente nel personaggio con la confidenza che dal suo sorprendente debutto è andata sempre più assimilando non solo nel dar corpo alla figura del “vilain” shakespeariano, ma incarnandolo musicalmente; si potrebbero per lui adattare le parole con cui Luigi Passerini, sul nostro giornale, elogiava la prestazione di Mariano Stabile nella rappresentazione toscaniniana del '26; dopo aver apprezzato la rispondenza del gioco scenico, si diceva ammirato dalla linea musicale «giacché egli “canta” sempre, a differenza di tant'altri colleghi suoi i quali amano in questa parte, gorgheggiare, mugolare, stronfiare, tutto insomma fuor che cantare». Antagonista apprezzabile per la pregnanza dei chiaroscuri e del fraseggio il Ford di Luca Salsi, come per l'eleganza della linea e del colore vocale la Alice di Svetla Vassileva, emergente tra le altre “comari”, la Meg di Daniela Pini e la Quickly di Romina Tomasoni. Aggraziata la Nannetta di Barbara Bargnesi, un po' anemico il suo Fenton, Antonio Gandia. Ben integrati gli altri, Luca Casalin (Cajus), Patrizio Saudelli (Bardolfo), Mattia Denti (Pistola). Allestimento stringato, disinvolto e spiritoso, con qualche tocco in eccesso, quello di Stephen Medcalf, se non altro economico nell’assicurare un opportuno ritmo scenico.

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