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L'intervista - D NOVA, un'esplosione di elettro-pop fra Italia e States

L'intervista - D NOVA, un'esplosione di elettro-pop fra Italia e States
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 Francesca Lombardi

Nel nome, un viaggio concettuale: nel nuovo e nel digitale. D NOVA non è solo un cantante, ma un'icona del presente in cui l' “io” vince aprendosi agli altri. Ventinove anni, di Parma, ma del tutto cittadino del mondo, Daniele – il suo vero nome - produce musica e studia la vita. Archiviato il passato pop e dopo anni trascorsi a tessere le maglie del suo futuro, aspetta una nascita importante: quella dell'album che porta il suo nome d'arte, prevista nel 2012. Nell'attesa, si sfoga su synth, noise pad e laptop proponendo “electro trip” al popolo della notte. Stasera, sabato 29 ottobre, dalle 23 sarà a Le Male Club di Parma. “Sarà un live- djset, un viaggio elettronico dall'electro punk alla berlinese, dalla house alla musica per il cinema – spiega – , un percorso vario ma lineare, con pezzi elettronici inediti”. E visioni. L'esibizione sarà accompagnata infatti da proiezioni live a cura di Raquel Meyers, artista spagnola basata in Svezia, rappresentante della 8bit art europea. “Gli electro trip sono performance che mi rappresentano in questo periodo – continua -, momenti in cui cerco di gratificare al meglio la mia propensione elettronica spingendola all'eccesso. Ma si tratta solo di una tappa intermedia prima di proporre il mio album, lavoro di elettro-pop più commesibile" .

Com' è stato il percorso di “gestazione” che ha portato al progetto discografico?
Lo definirei lento e doloroso. Dal passato ho capito la necessità di imparare a comunicare il mio suono, di essere protagonista di tutte le fasi di un progetto, dalla produzione all'arrangiamento. Per questo ho costruito una mini work-station per riuscire a essere padrone a 360 gradi della mia proposta artistica e ho trovato un suono che mi rappresenta al 100%, che unisce la cultura anni Ottanta, il suono 8bit, il toy-sound e l'hip-hop americano.

Toy sound, hip hop, elettronica...credi che l'Italia sia pronta?
Considerando il mercato attuale, sarebbe un errore proporsi solo in ambito nazionale: in Italia la mia proposta è destinata ad essere di nicchia. Per questo, visto che il mio obiettivo è raggiungere più persone possibile, il lancio dell'album sarà internazionale. Sono anni che frequento gli States, estremamente pronti al mio suono: ho collaborato con musicisti di Los Angeles, e non è un caso se la mia produzione è divisa fra Europa e Usa.

Cosa ti influenza, o ti ha influenzato, in campo artistico?
Sono un fan della musica e del concetto di pop: tutto ciò che arriva a tante persone e che tocca le sensibilità del tempo suscita il mio interesse. Qualche nome? Timbaland, The Neptunes, RedOne, produttore di Lady Gaga, e la stessa lady Gaga. Ampliando il discorso alle arti in genere, amo anche Andy Wahrol...e poi il costruttivismo russo, e la propaganda politica del comunismo sotto Stalin, Rodtschenko e tutti gli artisti contemporanei che esprimono la cultura del cibernetico e del fittizio. E, soprattutto, mi ha cambiato la musica elettronica degli anni Ottanta.

La cultura elettronica è spesso snobbata dai musicisti “analogici”...
Vero, eppure l'arte elettronica ha una vicinanza estrema alla musica classica perché è basata su layers che si intersecano con invisibile raffinatezza. Senza considerare che è anche lo specchio dei tempi: oggi credo ci sia l'esigenza di ricevere impulsi sonori che ci rappresentino. E quale suono può meglio esprimere una società che con il sintetico ha a che fare tutti i giorni?

Che cosa interpreta l'elettronica della società di oggi?
Penso testimoni un desiderio di comunità, di ritribalizzazione. Con il trascorrere degli anni e dei secoli si è passati da un individualismo radicato alla ricerca della condivisione, alla formazione di gruppi di aggregazione di ogni genere su topic diversi. Di fatto, siamo di fronte a un superamento netto del concetto di capitalismo, nonostante il sistema ne sia intriso. La musica elettronica dà vita a questo desiderio: basti pensare ai rave, veri e propri ritrovi comunitari e luoghi di condivisione “sciamanici” della musica.

C'è qualcosa del desiderio di condivisione dei nostri tempi nella tua musica?
Ho imparato a scrivere direttamente sulle percussioni, elemento che si lega proprio al concetto di “tribù”. Mio obiettivo, poi, è anche quello di cercare di veicolare la sensibilità attraverso il ritmo e di raggiungere attraverso il suono un'ampia comunità di persone. Nella mia musica, comunque, non c'è niente di “fuori di testa”: sono un amante della melodia, e nel mio album ci saranno vere canzoni.

Cosa aspettarsi dal tuo disco?
L'album conterrà canzoni che testimoniano il contrasto fra il nero e il colore, fra la seriosità e l'ironia e il desiderio di sorridere alla avversità della vita. 

Di avversità, investendo sulla musica, oggi se ne incontrano parecchie...
E' sempre stato un cruccio, l'investire o il non investire. Meglio sfidare il volere comune e crearsi inimicizie o cedere alla consuetudine di cose precostituite? Io sono un forte sostenitore dell'”investi su te stesso”. Come dico in una mia canzone, “ho solo una vita da giocarmi, non rovinerò una vita”.

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