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Luc Besson: "Un atto d'amore per aiutare Aung San Suu Kyi"

Luc Besson: "Un atto d'amore per aiutare Aung San Suu Kyi"
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 Filiberto Molossi

La foto della signora che campeggiava in piazza Garibaldi, appesa ai Portici del Grano, è quella della donna che, da sola, spaventa un regime. L’ex casalinga di Oxford a cui la Storia ha riservato un posto in prima fila non ha artigli al posto delle unghie, ma un fiore nei capelli anche quando lo sguardo è corrucciato. Eppure non ha arretrato di un millimetro quando un soldato le ha puntato una pistola alla fronte: lei, prigioniera nella sua stessa casa ma libera - come nessuno - dalla paura. 
Il Festival di Roma alza il sipario rendendo omaggio a Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace, icona pacifista, Gandhi della Birmania, nonché, tra le altre mille cose, cittadina onoraria di Parma: donna simbolo della lotta che un intero Paese combatte da decenni e senza armi contro le violenze e le atrocità del regime militare. 
Una storia straordinaria, la sua, che ora rivive in «The Lady», la pellicola che Luc Besson, il regista di «Nikita», le ha dedicato senza nemmeno averla mai potuta incontrare: «Questo film - spiega l’autore francese - l’ho fatto soprattutto per lei e per il suo popolo. La sua battaglia è d’esempio a tutto il mondo: spesso la democrazia viene raggiunta a costo di vite umane, con spargimenti di sangue, come anche la recente vicenda libica dimostra. San Suu Kyi invece porta avanti da 30 anni una lotta non violenta: se riuscirà nel suo intento darà una speranza a tutti, diventerà la prova vivente che la sua è una strada possibile». E’ stato proprio il pacifismo che permea tutta l’opera dell’attivista birmana a fare scattare in Besson la molla giusta: «Quando ho letto la sceneggiatura ho pianto: ho cancellato tutti gli impegni che avevo da lì a 18 mesi e ho deciso di girare il film. E’ stata una reazione istintiva, viscerale: non volevo che qualcuno rovinasse un personaggio del genere». 
Toccante, ma più coinvolgente da un punto di vista civile che non da quello strettamente artistico-cinematografico, «The Lady», convenzionale (2+2 fa sempre 4, ma non è detto che sia un affare...) e un po' televisivo nello svolgimento come nella messa in scena, più che sulla dimensione politica della sua eroina si concentra opportunamente sulla sua complessa sfera privata, sul peso - anche tragico - delle dinamiche private che investe una donna costretta a scegliere tra la sua patria e la sua famiglia. Se infatti San Suu Kyi avesse lasciato la Birmania per tornare dal devotissimo marito (un bravissimo David Thewlis) e dai figli che vivevano in Inghilterra non avrebbe mai più potuto fare ritorno nel suo Paese. Un atroce dilemma etico su cui Besson costruisce il film: «San Suu Kyi ha combattuto tutta la vita per difendere i suoi principi, ma a me interessava la dimensione umana, personale, perché attraverso la sua storia tutti noi possiamo imparare qualcosa». 
Ne è convinta anche la diva asiatica Michelle Yeoh («La tigre e il dragone») che le ha prestato volto e voce: «Fare questo ruolo è stato un impegno enorme, anche perché questa donna è rispettata e amata da tutti gli oppressi al mondo. Non volevo imitarla, ma interpretare i suoi principi... E alla fine qualcosa ho imparato: un senso di sacrificio, di passione, il riconoscere che ci sono cose più importanti di te». Durante la lavorazione del film, la pacifista birmana, dopo lunghi anni ai domiciliari durante i quali non ha nemmeno potuto fare visita al marito morente, è stata finalmente liberata: «Ma - avverte Besson - non è vera libertà: il suo partito è stato sciolto, non può tenere assemblee, se esce dal Paese non può tornarci. Credo quindi nell’utilità di questo film: spero aiuti a cambiare le cose». 

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