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"L'industriale" nell'Italia della crisi

"L'industriale" nell'Italia della crisi
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Filiberto Molossi
«Si parla troppo di soldi e molto poco della vita: chi parla dei numeri ha il latte pagato, chi lo deve comprare invece non sa cosa sono quei numeri. Ma il lavoro non è solo profitto, è quello che siamo».
 Parola di uno a cui lavorare piace parecchio forse anche perché il suo lo fa molto bene: mentre schiere di ragazzine urlano impazzite supplicando Riccardo Scamarcio (ospite dell’incontro con il pubblico) di fare loro la grazia di un autografo, a Roma infatti tiene banco Pierfrancesco Favino, «L'industriale», ostinato e tenace, del veterano Montaldo. Il film, fuori concorso, con cui la crisi torna a bussare alla porta del Festival, nell’Italia dei debiti e degli scioperi, tra banche pescecani, usurai legalizzati e qualcuno che ancora, piuttosto di sporcarsi, va con la testa alta e le pezze al culo. Virato al grigio di questi giorni, molto interessante a livello cromatico così come nel modo in cui «abita» gli spazi, i vuoti e i pieni di una Torino simbolica e deserta, il film dell’ottantunenne regista genovese («perché non sono in concorso? Non ho l’età», spiega canticchiando la canzone della Cinquetti...) abbraccia l’attualità più stringente raccontando dei tentativi sempre più disperati che un imprenditore onesto fa per salvare l’azienda di famiglia: mentre tutto intorno a lui - compreso il suo matrimonio - sembra sul punto di crollare.
«Leggiamo continuamente sui giornali di miliardi bruciati - sottolinea Montaldo -: con questo film mi sono chiesto chi è il piromane. Basta fare un giro nel Nord Est per rendersi conto quanto questa crisi sia devastante: quando abbiamo girato la scena di una fabbrica occupata la gente pensava fosse successo davvero. Sono arrivate decine di persone: abbiamo dovuto spiegare a tutti che era solo un film...». Ricette per uscirne Montaldo non ne dà, ma consiglia di «rimboccarsi le maniche come nel dopoguerra. Quando ho cominciato a fare dei film, un macchinista mi disse: 'Lascia perdere, il cinema è in crisi'. Era il 1950: ecco, spero che l’industria nel nostro paese reagisca come ha fatto quella cinematografica». Che è ancora in piedi, anche «se pure noi siamo dei precari, con un mestiere che se ti ammali non puoi nemmeno dirlo: se no non lavori più».
Lavora invece tanto Favino, felice di interpretare quello che definisce un «ruolo maturo. Mi ritengo ormai un attore adulto - spiega - che si prende la responsabilità dei suoi eventuali fallimenti: anche se questo è un Paese che, in ogni campo, dà poca fiducia ai 40enni. Se fossimo dei leoni avremmo già scalzato il capo branco...». Favino for president? «Per carità, la politica no...». E un futuro da regista? «A volte l’idea mi accarezza, ma poi mi accorgo che devo ancora imparare tanto come attore e mi dico: ma andò vai?».
Girato meglio (con una cifra stilistica rigorosa e mai banale) di come è scritto (quando il privato prende il sopravvento il copione sbanda notevolmente), «L'industriale» guarda al fallimento di un mondo per concentrarsi su quello di un individuo: la crisi come deriva morale, perdita di sè prima che del lavoro proprio e degli altri. Montaldo dirige un film serio, con una sua misura e motivazioni forti: ma le non poche pecche in fase di sceneggiatura (debole la liason platonica tra la moglie - Carolina Crescentini, ieri bella in bianco - e il suo spasimante romeno) fanno perdere consistenza a una pellicola altrimenti convinta e concreta.
 

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