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Batte forte il cuore di Avati

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dal nostro inviato Filiberto Molossi

Il cuore grande di Pupi Avati ha ritrovato il suo ritmo regolare. La paura è passata: escluso l'infarto,  quel malore che l'aveva fatto ricoverare d'urgenza in ospedale (colpa forse di una congestione da cibo avariato) non ha impedito al regista bolognese (assente all'incontro con la stampa) di accompagnare in passerella il suo ultimo film, storia di ragazze e di ragazzi degli anni '30, là dove il ricordo (quelli dei suoi nonni) diventa fiaba, in un'età dell'innocenza dove per il figlio del fattore con l'alito che sapeva di biancospino ci si poteva pure gettare dalla finestra. E restare «nuove», fino alla prima notte di nozze. Ottimista, con una cifra nostalgico-umoristica ispirata, «Il cuore grande delle ragazze», al Festival in concorso, è il più equilibrato tra gli ultimi film di Avati che, seppure fatichi a ritrovare il «tocco» dei successi degli anni '80, dimostra di essere a suo agio quando prova a rendere più dolce la memoria di una civiltà ancora contadina con lo zucchero di un realismo magico, dove antichi riti sfumano nelle curve morbide di un passato lontano anni luce dal violento cinismo dei giorni nostri. Sempre pronto a lanciarsi in qualche scommessa, questa volta Avati punta su Cesare Cremonini, professione cantante, promosso a protagonista: «Quando Pupi mi ha chiamato per propormi il film - racconta l'ex Lunapop (qui con la bici a sostituire la Vespa 50 Special) - pensavo fosse uno scherzo, anche se non è che facesse molto ridere... Poi ho realizzato che era davvero lui e volevo dirgli sì già al primo pronto. Fare fare questo film è stata un'occasione inaspettata che ho colto al volo. Se no l'avrei rimpianta tutta la vita. Di Pupi mi ha conquistato la  fanciullezza saggia: penso ci saranno tracce di questa esperienza anche nel mio prossimo disco». Nel film Cremonini è un donnaiolo impenitente che fa girare la testa a tutte le ragazze da marito: ma, complice una scappatella, viene lasciato in viaggio di nozze da quella che ha sposato. Una bella Micaela Ramazzotti che di dubbi in materia ne ha pochi: «Ammiro le donne che sanno sopportare il tradimento, è un vero talento. Ma per quanto mi riguarda, se mio marito (il regista Paolo Virzì, ndr) mi tradisce lo ammazzo!». Entusiasta del film - «non mi sono mai divertita tanto: eravamo come un gruppo di matti, sciagurati e clowneschi» -, l'attrice riempie di elogi Avati: «E' un grande burattinaio: noi siamo solo le marionette».
Se «Il cuore grande delle ragazze» era ovviamente il clou della giornata, non delude il resto del concorso: a cominciare da «Un cuento chino», film argentino in cui, letteralmente, piovono mucche... Bizzarro apologo sulla tolleranza, la convivenza civile e l'integrazione, la pellicola racconta il singolare incontro tra le solitudini uguali e differenti di due stranieri al mondo: un ferramenta che va a letto da troppo tempo alle 11 e passa il tempo a collezionare notizie bizzarre (come, appunto, quella di una mucca precipitata da un cargo aereo) e un giovane cinese arrivato in Argentina senza un soldo e senza sapere una parola di spagnolo. Ne viene fuori un piccolo film ben calibrato, una stravagante storia di amicizia dove la vita per un attimo smette di essere «un enorme controsenso». 
E' il racconto di un incontro particolare anche «Voyez come ils dansent» del francese Claude Miller, tra i nomi di punta del concorso: l'ex assistente di Godard segue nella neve le tracce del ricordo, prima procedendo per ellissi e poi abbandonando qualsiasi velleità di realismo per raccontare la vicenda di Lise che decide di incontrare Alex, la donna per cui il marito, poi scomparso, la abbandonò. Sospeso tra passato e presente, male di vivere e di sopravvivere, il film manca di sottotesto nell'affrontare un sentimento doppio, ma ha una sua sensualità. E una Maya Sansa (Alex) che stupisce nel passare con disinvoltura dall'inglese al francese: permettendosi pure di canticchiare un'hit di Dido. 

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