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Richard Gere: "Star? Prima di tutto papà"

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Dal nostro inviato
Filiberto Molossi

Per me fare l’attore è solo un lavoro, un mestiere: certo, lo prendo sul serio, mi impegno sempre molto, ma non ho grandi aspettative, non credo che sia un granché quello che faccio. Quello che conta davvero per me è la vita». Gli anni sono 62, ma qualche signora (e signorina) la lascia ancora a bocca aperta: e non solo per il sorriso che ancora spacca o i capelli brizzolati che hanno sempre il loro non so che. Ma anche per i modi, poco ufficiali, da gentiluomo e la serena ironia di uno che no, un sex symbol proprio («queste etichette per me non hanno alcun significato») non si è mai sentito. Solita «divisa» (completo grigio e camicia azzurra senza cravatta) e medesimo garbo di sempre, Richard Gere sorseggia un the, quasi stupito che l’amata Roma (è un habitué del Festival della capitale) lo premi col Marc'Aurelio: «Di solito questi riconoscimenti li danno quando stai per morire - scherza -: diciamo che non lo considero un premio alla carriera, ma un incoraggiamento per il futuro...». Ricevuto con tutti gli onori in Campidoglio, dove il sindaco Alemanno gli ha consegnato la Lupa capitolina, il divo ieri sera ha presentato uno dei suoi film più belli, «I giorni del cielo» di Terrence Malick. «Sono fortunato, ho lavorato nell’età dell’oro di Hollywood: negli anni '70 e '80 facevamo i film che avremmo voluto vedere, gli studios correvano ancora dei rischi, eravamo dei pionieri. Oggi invece tutto si piega alla logica dei blockbuster: e trovare soldi e energie per i piccoli film è sempre più difficile».

Quando ha capito che voleva fare l’attore?
«Forse non ho ancora deciso veramente di farlo... Ma da ragazzo mi piaceva molto il teatro: ero molto, molto, timido e stare su un palcoscenico mi ha permesso di creare dei rapporti, di comunicare. Ho fatto un provino per uno spettacolo all’università e mi hanno preso; ero così felice, avevo una tale energia, che mi sono detto: la mia vita inizia da qui».

Da allora ci sono stati oltre 50 film. Quali sono in questo momento le sue priorità?
«Al primo posto c'è la mia famiglia. E i miei maestri di meditazione tibetani. Il cinema viene dopo. Anche se farlo mi diverte ancora e mi permette di viaggiare quanto voglio aumentando le mie conoscenze. Quando non proverò più il piacere di recitare, mi fermerò: e non sarà un problema».

C'è un attore che le piace, che le ricorda quando era giovane?
«Sì, Ryan Gosling: credo sia straordinario. E poi mia moglie l’adora: quindi forse sì, mi assomiglia...».

Veniamo all’attualità: cosa ne pensa della crisi economica?
«Credo che siamo arrivati a questo punto per due ragioni: avidità senza confini e totale irresponsabilità. E la cosa peggiore è che i responsabili della crisi hanno fatto anche carriera: è come essere stuprati. Vedo con favore le manifestazioni di protesta della gente comune: i potenti devono ascoltare i cittadini. E assumersi le proprie responsabilità. In fondo anche i peggiori possono riscattarsi».

Questa visione della vita le viene dalla sua religione?
«Sì, anche: normalmente noi guardiamo la realtà con scetticismo. Mentre il buddismo ci avvicina all’amore, alla compassione, alla generosità. Credo che ci sveglieremo dall’incubo in cui siamo finiti».

C'è qualche personaggio che ha interpretato a cui è più legato?
«Tutti lasciano un segno: un residuo resta sempre, anche di quelli più negativi. E in ognuno metti un po' di te».

Ha mai pensato di fare un film da regista?
«A volte, ma mi fa molta paura. Non so se sono ancora pronto per dedicare un anno e mezzo della mia vita a un unico progetto».

Ma ha ancora un grande sogno?
«I miei sogni riguardano tutti mio figlio di 11 anni: ha tutta la vita davanti, quello che conta è lui. Il cinema è un veicolo meraviglioso ma è nulla rispetto a mio figlio».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • marco

    05 Novembre @ 09.11

    Dalla foto si direbbe Nonno...

    Rispondi

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