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"Assenza, più acuta presenza"

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 Lisa Oppici

«Assenza, più acuta presenza». Attilio Bertolucci non c’è, perché è morto undici anni fa, ma c’è, è qui, è nello Spazio grande del Teatro Due. È nella foto, meravigliosa, di Carlo Bavagnoli che campeggia a un lato del palcoscenico: Attilio e Ninetta sul divano, Giuseppe e Bernardo dietro, fine anni Cinquanta. Ed è, Attilio, nelle poesie, altrettanto meravigliose, che Antonio Piovanelli legge all’altro lato del palco, in costume da curato (lo stesso che indosserà nella seconda tappa dal dittico di «A mio padre»: «Casa d’altri», in programma a Reggio il 22 e a Parma, sempre al Due, il 24). Sono i testi che il padre ha scritto sul figlio Giuseppe e che il figlio oggi, seduto su quel medesimo divano, commenta: dai quali prende spunto per parlare delle poesie stesse e di Attilio, e del suo rapporto con lui, in un cortocircuito virtuoso e affascinante, dando corpo vivo ai versi forse più celebri del poeta parmigiano (appunto «Assenza, / più acuta presenza», dalla prima raccolta «Sirio»). L’omaggio che Giuseppe Bertolucci, il Reggio Parma Festival e la Fondazione Teatro Due hanno pensato per celebrare il centenario della nascita di Attilio Bertolucci parte da qui, da questo «Una vita in versi». Nove testi con protagonista Giuseppe dai 3 ai 18 anni, una «vita poetica tutta concentrata tra infanzia, adolescenza e prima giovinezza» nel quadro di una sorta di idillica età dell’oro (pur non scevra d’ansia, d’ansie): da «A Giuseppe in ottobre» («La breve sequenza di un filmino in super 8, dove si impressiona a futura memoria l’immagine di un bambino di tre anni») a «Ancora il taglio dei riccioli», da «Giuseppe e Giziano» a «Le more», a «Leggendo Waldemar Bonsels a G», a «I pescatori», a «Il tempo si consuma», agli straordinari «Ritratto di uomo malato» e «Viaggio d’inverno». Giuseppe legge e riflette. Riflette ad alta voce davanti al pubblico, al quale propone gli esiti di un’operazione di scavo – profondo – che probabilmente è ancora in corso. Già, perché «Una vita in versi» non è solo un omaggio – sacrosanto – all’immenso poeta che è stato (che è) Attilio Bertolucci, ma è anche – anzi soprattutto – il tentativo di analisi, quasi davvero di scandaglio, del rapporto intenso, fecondo, vitale e naturalmente anche conflittuale con un padre così grande eppure forse, e forse proprio per questo, così «ingombrante»: il tutto filtrato dalla poesia, che ha regole sue e a volte può anche sparigliar le carte. Il gioco che mette in piedi Bertolucci con questa scommessa teatrale è proprio questo: creare un universo sui generis, uno spazio senza tempo fatto di ieri e di oggi (la foto di Bavagnoli, gli stessi arredi in palcoscenico) in cui trovino cittadinanza le ragioni e le regole della poesia e insieme, necessariamente, le ragioni e i ricordi della vita. E lì, in quello spazio, lui, che è personaggio, provare a muoversi e a scavare, in una sorta di doppio salto mortale che il pubblico segue in un silenzio attento. Un esperimento interessante e originale, riuscito.

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