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E il Maestro si illuminò per i versi «Va, pensiero»

E il Maestro si illuminò per i versi «Va, pensiero»
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«E’ vero: alla Scala s'applaudì altra volta il Nabucco ed i Lombardi; ma sia per la musica, pei cantanti per l’orchestra pei cori per la 'mise en scène', fatto sta che tutt'insieme era tale spettacolo da non disonorare chi lo applaudiva. Poco più d’un anno prima, però questo stesso pubblico maltrattava l’opera d’un povero giovane ammalato, stretto dal tempo e col cuore straziato da un’orribile sventura!».  E’ Verdi che in una lettera a Tito Ricordi, 4 febbraio 1859, scritta sul filo dell’irritazione per la pallida accoglienza da parte del pubblico scaligero del «Boccanegra», rievoca il successo riportato diciassette anni prima, in quello stesso teatro, da «Nabucco»; non senza associare la tappa festosa allo smacco amaro dell’opera che l’aveva preceduto, «Un giorno di regno».
Altre volte Verdi ritornerà su questo episodio che appartiene ormai ad una storia sfumante nel mito, quasi a voler ricostruire il trapasso tra la caduta e la risalita, tra il botto di «Un giorno di regno» e il successo di «Nabucco», nato, sembrerebbe, dalla fulminea illuminazione suscitata dai versi fatidici di «Va, pensiero» del libretto di Solera affidato al depresso e demotivato compositore dall’impresario Merelli. Il quale, forte del contratto che aveva steso con Verdi dopo il primo decollo fortunato di «Oberto», non intendeva minimamente subire i danni di tale depressione. L’infelice deviazione sul terreno del comico non impediva di riprendere subito il cammino, lungo il percorso che sembrava più congeniale al compositore. Ed ecco allora il libretto di «Nabucodonosor», che Otto Nicolai non aveva accettato, subito riciclato per il giovane bussetano il quale, dopo il fulmine dei versi, cominciò a lavorarvi attorno, col risultato che nel giro di pochi mesi l’opera venne terminata.
Nel famoso autobiografico sguardo retrospettivo fissato dal Pougin è lo stesso musicista a confermare il ruolo decisivo di «Nabucco»: «con quest’opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica», affermazione che tocca anche i modi con cui il musicista si innesta in una tradizione, quale quella dell’opera «corale» di cui modello supremo è il «Mosé» rossiniano, per poi innervarla di nuove tensioni attraverso i contrasti individuali tra i personaggi. Ed è proprio questo irradiarsi di un potere primario, inteso come infrangibile energia morale, l’elemento che imprime a «Nabucco» una sua inconfondibile autonomia: il popolo si muove, infatti, con un battito diversamente pulsante da quello che gremisce l’ampio affresco rossiniano e tale diversità, rappresentata dal peso espressivo che impregna la melodia verdiana, è l’elemento che determina lo stacco con cui il compositore si presenta alla ribalta del suo tempo; la ragione specifica che fa di «Nabucco» davvero «il principio» della sua carriera artistica, nel senso che quest’opera diventa la rivelazione di quel modo di porsi di fronte al dramma, unico, già virtualmente dominato da quella coerenza che guiderà il lunghissimo arco creativo del nostro musicista.
Spicca in particolare, in termini di novità, il profilo del protagonista, così tormentato da sussulti tanto violenti, che si offre con una sua profonda tensione, presenza che lascia crescere attorno a sé una più corrosiva desolazione. Basterebbe osservare la varietà degli atteggiamenti musicali con cui Verdi segue il suo stravolto iter emotivo, varietà che sembra essa stessa incarnare nel progressivo trapasso da modi declamati ad una sempre più armoniosa sinuosità melodica, il processo di umanizzazione attraverso cui il compositore, alla fine, ci restituisce un altro personaggio.g.p.m.

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