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Fossati, poesia nell'addio

Fossati, poesia nell'addio
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Pierangelo Pettenati

Il «Decadancing tour» di Ivano Fossati sarà per tutti il «tour dell’addio» con il quale l’autore e cantante genovese abbandona l’attività discografica. La partenza di questo giro di saluti è stata ieri sera nel nostro Teatro Regio: davanti a uno dei pilastri della cosiddetta «scuola genovese» nonché della canzone italiana, il pubblico parmigiano si è stretto attorno con un’emozione insolita. Per la prima volta, infatti, c'era la piena consapevolezza di assistere a qualcosa che non si sarebbe ripetuto; non il suo primo concerto a Parma ma l’ultimo. Come disse il tastierista parmigiano Pietro Cantarelli (da anni suo primo collaboratore): «Stiamo semplicemente parlando di un cantante che ha annunciato il suo ritiro. I veri problemi sono ben altri». Verissimo. Però Fossati è uno dei pochi a lavorare ancora con la stessa passione di un maestro artigiano innamorato del proprio mestiere, e per chi ama la musica questo non è poco. Presto, però, le emozioni dell’addio si sono mescolate con le emozioni della musica; e forse non è un caso che Fossati abbia iniziato questo suo ultimo viaggio con la parole di chi torna a casa dopo un lungo viaggio, quelle del «Milione» di Marco Polo, che introducono la vecchia «Viaggiatori d’occidente» (da «Ventilazione», dell’84), seguita dalla canzone che dà il titolo allo stesso album. Quindi i primi saluti: «C'è stata un’anteprima, ma questo tour, mi auguro felicemente faticoso, parte questa sera. Qualcuno avrà sentito dire che è il mio ultimo tour. Lo confermo, ma per queste due ore fate come me, non pensateci». «La decadenza» salta ai giorni nostri, mantendendo un bel piglio deciso, poi una sorpresa dedicata solo per Parma: «Quello che manca al mondo», cantata con il Coro delle Voci Bianche della Corale Verdi (diretto da Beniamina Carretta) a sottolineare lo stretto legame con Parma (rafforzato da Guido Ponzini che sul disco ha suonato la viola da gamba). Con «Stella benigna» (da Macramé, 1997) il discorso musicale ha iniziato a farsi più ricco e più elegante: bouzouki, violoncello, fisarmonica e flauto suonato da lui stesso. «Lindbergh» l’ha suonata da solo, al piano, ed è stata commovente così come la successiva «Mio fratello che guardi il mondo». E’ questa profondità di pensiero e di composizione, slegata dalla consuetudine e al tempo stesso facile e italianissima ad aver sempre segnato la differenza tra Fossati e gli altri. E mancherà molto non poterla più assaporare dal vivo. Il suono diretto, quasi rock ma non ruvido, tutto chitarre e batteria di «Ho sognato una strada» e «Cara democrazia» ha chiuso la prima parte in cui ha mostrato tutta la sua gamma musicale. Poi, un’attualissima «La crisi» (del 1979!) ha aperto la seconda parte. Non sarebbe giusto soffermarsi sulle canzoni mancanti dalla scaletta: in oltre trent'anni di carriera ha scritto (per sé o per altri) talmente tante canzoni che sarebbe impossibile suonarle tutte; così, nel lungo concerto ha mescolato vecchio e nuovo, raggiungendo il sublime con una memorabile «L'orologio americano» e tenendo per la fine alcuni dei pezzi più amati: «La pianta del tè», «Il bacio sulla bocca», «La costruzione di un amore», «Una notte in Italia». Se mai ce ne fosse stato bisogno, Fossati ha dimostrato d’aver ancora tanto da dire, ma quando il sipario si è chiuso è stato chiaro che qualunque cosa riserverà il futuro, non sarà quanto ascoltato finora. Ma sarà comunque bellissima.
 

 

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