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Film recensioni - Le nevi del Kilimangiaro

Film recensioni - Le nevi del Kilimangiaro
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Lisa Oppici

In un mondo come il nostro, così frantumato e disperato, così frenetico e «noncurante», sopraffatto da se stesso e sempre più incapace di vedere – di capire, di discernere – i «fondamentali», ciò cui aggrapparsi sono i rapporti veri, semplici, sinceri, tra le persone: è la solidarietà umana, elementare, verso l’altro. Sta qui, forse, la speranza: la salvezza, verrebbe da dire.
Ne è convinto il Kaurismäki di «Miracolo a Le Havre», ne è convinto il Guédiguian di questo «Le nevi del Kilimangiaro»; per entrambi il concetto chiave è il medesimo, ed entrambi collocano la speranza – e, appunto, la salvezza – tra chi ha meno: il lustrascarpe che aiuta il giovane immigrato clandestino nel bellissimo «Miracolo a Le Havre» di Kaurismäki, l’operaio che dopo una vita di lavoro si trova licenziato insieme a diciannove compagni in questo «Le nevi del Kilimangiaro», anch’esso passato a Cannes 2011. Certo, i modi e i toni dei due registi sono diversi, e la favola quasi chapliniana di Kaurismäki, surreale e sui generis come solo lui sa essere, non è stilisticamente avvicinabile a questo «racconto morale» del regista francese, ispirato a «Les pauvres gens» di Victor Hugo, ma l’assunto di fondo è lo stesso. Ed è un assunto che pare sollecitato, e reso urgente, dal nostro tempo. Qui Guédiguian lavora su Hugo e lo porta ai giorni nostri, in piena crisi. La crisi che fa perdere il lavoro a Michel e ad altri diciannove compagni, la stessa che spinge uno di quei diciannove – uno dei più giovani, disilluso e incattivito dalle cose, da una vita non generosa – a rubare il denaro che gli amici avevano consegnato a Michel e alla moglie alla festa del trentesimo di matrimonio. Michel (interpretato dallo stesso fantastico Jean-Pierre Darroussin che nel film di Kaurismäki fa il «commissario buono») naturalmente denuncia, e fa catturare il colpevole, ma non appena intravede cosa c’è dietro di lui, com’è la vita che lascia per la prigione, non può restare indifferente. E con la moglie Marie Claire dà una mano come può: si mette a disposizione, condividendo ciò che ha. C’è tanto, nel film di Guédiguian. C’è la crisi, il lavoro che non c’è e che venendo a mancare toglie forza e certezze; c’è la «classe operaia» con le sue battaglie («La lutte c’est classe», recita uno striscione) e le sue sconfitte; c’è il tema dell’identità di classe («In fondo noi siamo dei borghesi», dice Michel alla moglie; «Borghesi ma non troppo», risponde lei); c’è l’infanzia abbandonata a se stessa (i due fratelli del rapinatore); c’è lo scarto generazionale (i giovani sono per lo più cinici e disillusi, e senza pietà: i figli non accettano la scelta solidale finale di Michel e Marie Claire, incapaci come sono di guardare al di là di sé); c’è il dubbio (quello per cui si è combattuto una vita vale ancora?). Non era facile tenere insieme tutto in un film credibile, capace di reggere dall’inizio alla fine senza deragliare: Guédiguian, ancora una volta regista «politico» e «civile», ci riesce. Riesce a stare in equilibrio fra dramma e commedia, tra leggerezza e gravità, senza perdere colpi, e anzi acquistando potenza col procedere dei minuti. Qualcuno potrebbe semplicisticamente liquidarlo come «buonista», ma non centrerebbe il bersaglio. Onesto, struggente, vivo, intenso, molto bello, il suo film sa parlare alla testa e al cuore: senza se e senza ma.

-LE NEVI DEL KILIMANGIARO
REGIA: ROBERT GUÉDIGUIAN
INTERPRETI:
JEAN-PIERRE DARROUSSIN, ARIANE ASCARIDE, GÉRARD MEYLAN, MARILYNE CANTO
SCENEGGIATURA:
JEAN-LOUIS MILESI, ROBERT GUÉDIGUIAN
GENERE:
Drammatico Francia, 2011, colore, 1h e 47'
DOVE:
EDISON
GIUDIZIO:


 

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