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Martone: "La mia battaglia vinta"

Martone: "La mia battaglia vinta"
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Lisa Oppici
Dagli Ubu ricevuti qualche giorno fa a Milano, al premio Trecentosessanta a Parma. Tempo di riconoscimenti per Mario Martone, cui l’altra sera al Cinema Edison è andato il premio istituto da Solares Fondazione delle arti in collaborazione con il Comune: un premio al lavoro di uno dei migliori registi italiani, perfettamente a suo agio tra cinema e teatro. La scultura del designer Denis Santachiara (che rappresenta la proiezione tridimensionale del profilo dell’artista) è stata consegnata a Martone dal responsabile dell’Ufficio cinema del Comune Matteo Barbacini, in una breve cerimonia aperta da Andrea Gambetta di Solares. Poi spazio alle immagini con la proiezione di «Noi credevamo», l’ultimo premiatissimo film del regista napoletano.
«'Noi credevamo' è stato una battaglia: un film storico, fondato soprattutto sui dialoghi, senza sentimentalismi e senza scorciatoie, e con un tema così non è facile da far 'passare'. Non è un film sul Risorgimento italiano, per il quale non basterebbe forse un 'Heimat', ma un lavoro che racconta pagine completamente oscure, che nel senso comune degli italiani non ci sono: ad esempio, chi ha mai sentito che Mazzini abbia voluto far assassinare Carlo Alberto?», ha detto il regista nell’incontro col pubblico, condotto dal critico Tullio Masoni. Tanto teatro, dentro «Noi credevamo», che pure è cinema potente: per la matrice culturale di Martone, «per la sua capacità - ha osservato Masoni - di tenere vivo uno scambio che ritroviamo in molti suoi film». «Sì, è stato un principio di lavoro nell’avvicinarmi a un film come questo, un film storico per il quale dovevo pormi il problema di come ricostruire il passato. Sono partito da un lato da Rossellini, che amo molto, e dall’altro da Renoir: ho cercato di avere delle coordinate, che è importante avere. Abbiamo un grande cinema alle spalle, e in un momento in cui tutto sembra esplodere non mancano strade maestre cui guardare», ha spiegato il regista, che ha aggiunto: «Il teatro lo pratico, ed è stato un riferimento certo fin dall’inizio. C’è stato un momento di difficoltà in cui sembrava che il film non si potesse più fare, e in quel momento io ho addirittura proposto di farlo come 'Dogville' di Von Trier, cioè in un teatro. Questo vuol dire che dentro c’era un nucleo teatrale forte».
A «Noi credevamo» è dedicata anche una mostra fotografica nella Galleria delle colonne del Cinema Edison. La mostra, realizzata da Solares Fondazione delle Arti e dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, resterà aperta fino al 26 gennaio a ingresso gratuito negli orari di programmazione dei film.

 

 

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