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SempreVerdi - Recensioni verdiane da tutto il mondo - Da Parigi (Oberto) a Jesi (Rigoletto) a Venezia (Trovatore)

SempreVerdi - Recensioni verdiane da tutto il mondo - Da Parigi (Oberto) a Jesi (Rigoletto) a Venezia (Trovatore)
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Elena Formica

PARIGI

Parigi val bene un Oberto: il Verdi novello, quello che aspro, ingenuo ed elettrico ha acceso una luce in più - così italiana - nel  “Triangle d’Or” che scintilla tra Avenue Montaigne, Champs  Elysées e George V. Un successo, nelle recenti notti lungo la Senna, l’Oberto conte di San Bonifacio al Théâtre des Champs Elysées.
Nel ruolo del titolo Michele Pertusi: acclamato, ça va sans dire. Un Oberto dai fieri accenti, elegante, inderogabile. Magnifico, il basso parmigiano, nel declamato ritmico e maestoso. Una lezione di stile verdiano, autenticamente tale, quella che Pertusi ha reso nell’interpretare il recitativo e l’aria di Oberto nel II atto. Il pubblico? Conquistato. Applausi incessanti per Michele Pertusi, sfreccianti “Bravo” in sala.
Nel cast Maria Guleghina (Leonora), Ekaterina Gubanova (Cuniza) e Valter Borin (Riccardo), quest’ultimo giunto in fretta e furia alla vigilia della “prima” per sostituire il tenore Fabio Sartori, indisposto. Nel ruolo di Imelda il mezzosoprano Sophie Pondjiclis. Spettacolo in forma di concerto, teatro gremito. L’Orchestre National de France e il Coro di Radio France diretti da Carlo Rizzi.
La musica di Verdi ventiseienne, tutt’altro che arresa alle pur evidenti convenzioni, anzi già pronta a migrare  oltre il presente, oltre questo stesso Oberto che nutre – chissà “se” e “quanto” inconsciamente – agitate, coraggiose ambizioni: in attesa di ciò che verrà, una primitiva ansia di teatro scuote l’opera d’esordio.
Irresistibile l’ “effetto Verdi” sull’uditorio parigino. E anche su Sarah Nemtanu, splendido primo violino di spalla dell’Orchestre National de France, che se la suona e se la danza (quasi) la musica vitale, sovente  materica ma a tratti felicemente melodica, dell’Oberto conte di San Bonifacio. A dirla tutta, l’opera è iniziata con un imbarazzante inciampo delle trombe nella Sinfonia, episodio comunque incistato nell’ambito di un’ottima esecuzione orchestrale. Temprata e sicura la direzione di Carlo Rizzi. Bene Sophie Pondjiclis e il coro forgiato da Kalman Strausz.
Il tenore Valter Borin ha ingranato a freddo, come da libretto, la non facile aria del I atto, dando il meglio nella romanza “Ciel, che feci!” (II atto), efficacemente interpretata. Eccellente la Gubanova, mezzosoprano di valore, grande classe nell’interpretazione dell’aria di Cuniza (II atto). Entusiastici gli applausi.
Diva inossidabile e soprano glorioso, Maria Guleghina ha come “ turandotizzato” il personaggio di Leonora; le ha impresso artificiali, non previste “acutaggini”, in queste penalizzando inutilmente se stessa e il ruolo, giacché per il resto - cioè per qualità e colore della pasta vocale, per l’opulenza del canto - Maria Guleghina s’è confermata, ancora una volta, artista di rango.

JESI

A Jesi, al Teatro Pergolesi, il debutto d’un ventiseienne Rigoletto intesi? La risposta è sì. Bene intesi, anzi intendemmo, giacché altri parmigiani là si recarono, nei giorni scorsi, per assistervi curiosi. Il veronese Simone Piazzola, XXII Premio Tosi di Parma Lirica, ha infatti scelto questo piccolo e raffinato teatro marchigiano per esordire nell’opera che incorona, pur con la gobba, il baritono verdiano doc. Giovane assai il ragazzo, classe 1985. Ma che gli è saltato in mente? Precoce debutto, molto pericoloso. Eppure, a volte, tentar non nuoce. Né a chi canta né a chi ascolta. Così è stato a Jesi, dove Piazzola ha affrontato un ruolo tremendamente arduo e complesso con bella dignità vocale e con rara onestà musicale rispetto ai troppi “Rigoletti” sconclusionati e famosetti  che oggi fanno il verso ai grandi del passato. Richiesto dal pubblico (e concesso) il bis della “Vendetta”. Sala gremita e molta gioia per la valida prova di questo giovane artista e per la sua audacia comunque improntata al rigore. Piazzola ha dichiarato di voler riprendere Rigoletto solo fra alcuni anni, ma ha dimostrato d’averlo trattato ora con “scienza e coscienza”.
Convincente anche la performance del soprano Irina Dubrovskaja, una Gilda dalla voce fresca, sicura, delicatamente filigranata d’armonici. Il tenore Shalva Mukeria, belcantista d’eccezione, ha svettato in “Bella figlia dell’amore”, ma non è apparso un Duca d’autentica stoffa verdiana.
Ha fatto il dover suo Eugeniy Stanimirov nel ruolo di Sparafucile; non così Alessandra Palomba, una Maddalena procace ma vocalmente approssimativa. Regia, scene e costumi di Massimo Gasparon, in scala ridotta lo stesso allestimento dell’estate 2011 allo Sferisterio, il cui punto di forza erano le scene di corte e i decori tiepoleschi. Orchestra Filarmonica Marchigiana e Coro “V. Bellini” diretti con eccitazione da Giampaolo Bisanti.

VENEZIA

Venezia, la luna e lui: Francesco Meli, “tenore italiano” a denominazione d’origine controllata, garantita, insistentemente da proteggere. Il giovane artista genovese ha debuttato nel ruolo verdiano di Manrico alla Fenice di Venezia e per questo si può scrivere – adesso - d’un Trovatore degno  d’essere visto, sentito e alla fine applaudito. Già, perché è meglio non soffermarsi troppo sulla dolorosa sensazione derivata, in seconda recita,  dalla “via crucis” del Conte di Luna nell’aria “Il balen del suo sorriso” (il baritono Franco Vassallo, forse quel giorno acciaccato) . Meglio non dilungarsi sulla zigzagante condotta - senza alternative fra l’estenuante e l’ipercinetico - del direttore Riccardo Frizza. Meglio ridere che piangere dei comprimari, di cui sarebbe cattivo fare il nome, impegnati nei ruoli di Ruiz, del messo e del vecchio zingaro. In compenso hanno dato il necessario Giorgio Giuseppini (Ferrando) e Antonella Meridda (Ines). Non in appiombo il Coro.
Regia di Lorenzo Mariani. L’allestimento, già presentato a Parma nell’ottobre 2010, ne ha conservato i pregi virtuali e i difetti reali: la volontà di restituire dell’opera l’atmosfera scura e irreale, quasi siderale, tradotta però in una “mise en scène” di fatto modesta e infantile. Per la cronaca, numerosi i parmigiani in trasferta alla Fenice; cinquanta di loro hanno raggiunto Venezia in pullman aggregandosi al Club dei 27.
Dopo aver debuttato nel Ballo in maschera del Festival Verdi 2011, Francesco Meli ha ancora una volta dimostrato come alla palestra del belcanto si formi e si sviluppi, arricchendosi di sostanza drammatica, quel “cantar verdiano” che nel Trovatore lo ha visto emergere per intelligenza musicale e per raffinatissima incisività della parola, oltre che per la dote naturale d’una voce limpida e lucente, capace di piegarsi alle istanze più maschie e veementi senza rinunciare alla bellezza. Malgrado un’attesa tanto speciale quanto banale si concentri su quel punto, non importa granché la latitanza nell’acuto della “Pira”. Nell’ “Ah sì, ben mio”, infatti, Francesco Meli ha sfoderato l’arma imbattibile della poesia, della poesia allo stato puro. Fantastica nei duetti, la voce di Meli come sempre è sgorgata scintillante. La cavata verdiana era con lui, tuttavia qualcosa di Manrico va ancora ricercato e conquistato: un’ombra più densa e potente di mistero.
In crescendo, nel corso della recita, la Leonora di Maria José Siri, voce non priva di acidità e non immediatamente amabile, ma sicura nell’affrontare e modulare con eleganza la zona acuta. Una cantante che esprime un evidente, costante coinvolgimento in scena, vincendo anche così la sfida del teatro: intensa la sua performance nel quarto atto. Sagace infine il mezzosoprano Veronica Simeoni nel ruolo di Azucena, una zingara ad affiorante vocazione sopranile, abile nel fraseggio e forte d’una musicalità di per sé eloquente, libera da forzature.

 

Leggi anche - VIVE VERDI : il Maestro, nostro contemporaneo

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  • cristiana nicoli

    19 Gennaio @ 12.07

    ma sei tu l'elena che conosco? all'improvviso un salto temporale di vent'anni, una vita fa... se non ho commesso errori, mi farebbe davvero piacere che ti facessi sentire!

    Rispondi

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