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Hoover, potere al "mastino"

Hoover, potere al "mastino"
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 Potente, controverso, enigmatico: John Edgar Hoover è stato uno dei personaggi chiave dell’America del Ventesimo secolo. L’ha attraversata tutta e da protagonista: nato alla fine dell’Ottocento e morto nel 1972, combattè i gangster eliminando pericolosi criminali come il nemico pubblico John Dillinger, perseguitò comunisti e Pantere Nere, trasformò l’Fbi in un micidiale apparato di polizia, che diresse con un piglio a dir poco fermo, tenendo praticamente in scacco i vertici Usa, ben otto presidenti, tra intercettazioni d’avanguardia e file segreti.

 Clint Eastwood, di nota fama repubblicana, spesso accusato - specie nei «politici» anni Settanta - di essere un reazionario, si cimenta a ottant'ani suonati con il «mastino» Hoover nell'attesissimo «J. Edgar», in uscita domani in Italia. E ha affidato a Leonardo DiCaprio il ruolo di un protagonista scomodo, raccontato dai 19 anni ai 74.
Eastwood mostra (per la verità quasi le esalta), le virtù di tenacia e lungimiranza di Hoover, ricostruisce tutti i suoi successi investigativi, a cominciare dal famoso caso Lindbergh (il figlio del grande trasvolatore-mito fu rapito in culla e trovato ucciso mesi dopo). E fa vedere come, in 50 anni di potere, non si fermò mai davanti a nulla pur di proteggere il suo Paese. Ma soprattutto alterna alle vicende pubbliche quelle private: il suo rapporto con la madre, interpretata dalla signora del cinema inglese Judy Dench, di cui cercherà per tutta la vita l’approvazione; l’omosessualità che da latente diventa esplicita, per quanto lo potesse essere nell’America dell’epoca e soprattutto con la sua posizione. L'uomo dei dossier, simbolo di condotta irreprensibile, aveva scheletri nell’armadio, almeno per il conformismo di quegli anni di cui l’orgogliosa amatissima madre Annie sembra essere simbolo. Fu razzista (il suo ufficio combattè Martin Luther King e gli altri leader dei diritti civili), omofobico (i gay furono trasferiti in altri dipartimenti) e sessista (nessuna donna tra i suoi agenti all’Fbi ma solo segretarie, fra cui la fedelissima Helen Gandy, interpretata da Naomi Watts).
Un biopic vecchia scuola, come hanno sottolineato i critici Usa, che potrebbe portare a DiCaprio, qui per la prima volta diretto da Eastwood dopo tanti film con Martin Scorsese, finalmente la vittoria all’Oscar. «E' una metafora tragica sul potere - ha detto Eastwood -  Se si fosse trattato solo di una biografia, non penso che avrei voluto realizzare il film. Mi piacciono i film che raccontano i rapporti, mi piace analizzare il perchè le persone fanno o hanno fatto determinate cose nella loro vita. E Hoover lo paragonerei a Re Lear». 

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    03 Gennaio @ 21.40

    cara redazione, che eastwood sia un repubblicano lo metto in dubbio

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