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Uno vince ma nessuno si salva

Uno vince ma nessuno si salva
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Filiberto Molossi

«Senza lealtà non sei più nessuno». Ci voleva un regista coraggioso - uno che invece di parlare della Canalis agita lo spettro della Lewinsky -, per celebrare degnamente il funerale dell’innocenza: ci voleva uno che non avesse paura di andare dietro le quinte del grande gioco (sporco...) e affrontare le falle del presente (a costo di metter in dubbio, o almeno in discussione, anche le proprie convinzioni) per raccontare un Paese più indulgente a perdonare un bombardamento che una scappatella. Ci voleva uno come George Clooney, divo liberal senza paraocchi, per dare un’impronta, una traccia, a quella Hollywood che sceglie l’impegno e non ha paura di affrontare la questione etica. Che poi è cosa grossa e che riguarda tutti, in ogni settore, di qui e di là dall’Oceano: e passa dagli stipendi dei parlamentari come dal bunga bunga, dalla lotta all’evasione quanto dal calcioscommesse. E si arrampica fino in alto: lassù, dove si gioca la partita del potere. Giustamente candidato, nonostante in patria sia stato stupidamente sottovalutato, a quattro Golden Globe nelle categorie principali (film, regista, interprete maschile e sceneggiatura),  «Le idi di marzo» è il solidissimo e scomodo film (non solo) politico con cui Clooney mette spalle al muro l’amoralità di un sistema che si fonda sul compromesso e flirta col ricatto, là dove l’individuo è manipolatore e a sua volta, fatalmente, manipolato.
Primarie dell’Ohio, in ballo c'è la candidatura dei democratici alla presidenza: a tirare la volata al governatore Morris (Clooney), ateo di bella presenza, è uno staff agguerritissimo. Una squadra di «cervelloni» la cui punta di diamante è il giovane e brillante Stephen Meyers (Ryan Gosling, lanciatissimo), guru idealista della comunicazione... L'America? Non è un Paese per «buoni»: in un film dove qualcuno vince ma nessuno si salva, Clooney, alla quarta prova da regista, rimette in moto la macchina del fango. E lascia che dalla finestra entri una bella aria da cinema anni '70 (ricordate «Il candidato»?), quello che amava le domande più delle risposte, quello che non spolverava l’involucro ma osservava l’ingranaggio. «Le idi di marzo» è così: un film maturo, scritto benissimo e recitato anche meglio (grazie a un super cast che gioca a memoria come il Barcellona), che cammina su una linea - quella della rettitudine - continuamente spostata in avanti. Sondaggi, nodi della cravatta lasciati molli sul collo, stagiste bionde: chi manovra chi? Tra mezzo punto di percentuale in più e in meno, Clooney gira un thriller d’autore critico e amaro che coglie l’aspetto seducente (e a volte irresistibile) della politica, rimanendo sempre molto sui volti dei suoi protagonisti, deciso a conferire così una dimensione intima, privata, a una storia di respiro «pubblico», universale. Nella cinica consapevolezza che nessuno (nemmeno l’Obama per cui ha votato e comunque sostiene) è perfetto: e che non esiste purezza né fede nel sogno, troppo spesso vile, del potere.
 

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