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Michela Lucenti: "Il ballo come gioco crudele"

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Margherita Portelli

Non si uccidono così anche i cavalli?». Ce lo chiederemo tutti, dal 14 gennaio al 5 febbraio comodamente seduti a Teatro Due (info e biglietti: tel. 0521/230242), trovandoci di fronte a 22 attori portati a danzare fino allo stremo. In scena, per la stagione teatrale 2011-2012 di viale Basetti, la nuova produzione di Fondazione Teatro Due tratta dall’omonimo romanzo di Horace McCoy (They Shoot Horses, Don’t They?) del 1935, nell’adattamento di Giorgio Mariuzzo. Nel 1969 Sydney Pollack ne fece un film di straordinario successo, e oggi, Gigi Dall’Aglio e Michela Lucenti, lo ripropongono in scena. Sulla pista da ballo, circondati dagli spettatori (il pubblico reale) venuti per seguire la maratona, i 22 performer e un quartetto di musicisti si esibiscono in uno spettacolo corale. Si racconta la crudele consuetudine di uno show di moda nella California degli anni Trenta: le maratone di ballo, in cui giovani disoccupati vittime della grande depressione si prestavano a questo gioco al massacro (ballare per settimane, senza mai fermarsi) spinti dal desiderio del premio finale di mille dollari, e nella speranza di essere notati da qualcuno. Ecco perché il paragone facile (dignità vs fama e ricchezza) è quello con i reality e i talent show della tv di oggi. Dopo esserci fatti raccontare «Non si uccidono così anche i cavalli?» dal regista Dall’Aglio (nell’intervista pubblicata giovedì scorso), abbiamo chiesto a Michela Lucenti, che si è occupata della scrittura fisica dell’opera, di dirci qualcosa di più a proposito di questo atteso spettacolo, che nasce dall’incontro dei due nuclei artistici dell’Ensemble Attori Teatro Due e di Balletto Civile. 
Innanzitutto tentiamo di capire: che cos’è la scrittura fisica?
«Si tratta di un termine nato nel 1928 che in Europa è piuttosto utilizzato. Nasce all’idea di mettere a servizio del teatro tutto quello che riguarda lo studio del corpo. C’è la danza, che non ha più canoni da rispettare, come nel balletto, ma si avvicina al «senso», e si lega in modo stretto all’oggettivazione di quello che vai a raccontare. Una coreografia vera e propria non c’è, anche se nulla è lasciato al caso o all’improvvisazione».
Ma sul palco abbiamo dei ballerini che divengono attori e viceversa, o invece i ruoli sono ben distinti?
«No. È bene chiarire che tutti gli elementi della mia compagnia provengono da importanti scuole di teatro. Sono quindi attori. Attori che, però, hanno avuto modo di dedicarsi anche alla danza per lungo tempo, e si sono perciò concentrati sull’uso del corpo, potendo contare su un’accentuata propensione fisica»
Come giudica, lei, che dedica la sua vita alla danza, i talent show di oggi?
«Rischio di dire della banalità, ma li reputo dei bluff assoluti. E non lo dico da spettatrice. Ho amici che ci sono dentro, e mi danno conferma che in tv ci finiscono gli scarti, qualcosa vorrà dire, no? Però non voglio demonizzare tutta la televisione aprioristicamente, c’è anche qualcosa che si salva. Di rado».
Qual è stata la cosa più difficile, e quale invece la più bella, quella che non si aspettava, del mettere in piedi questo spettacolo così affollato?
«La cosa inizialmente difficile da gestire è stata la confusione . Io che sono abituata a lavorare col rigore del silenzio, con un rigido metodo tedesco, mi sono dovuta adeguare. C’è gente di 20 anni come gente di 70 che balla sul palco, è stato necessario trovare un equilibrio. Ma credo che questo caos rappresenti allo stesso tempo la nota positiva e inaspettata: si è creato un calore famigliare, che contribuisce a portare qualcosa di molto reale sulla scena».
Com’è coinvolto il pubblico, in questo spettacolo?
Gli spettatori circondano gli attori, e in un certo modo sono loro stessi protagonisti, vestendo i panni del pubblico che negli anni Trenta andava a divertirsi assistendo agli stremati ragazzi che si davano in pasto ai loro occhi per 1000 dollari e un po’ di notorietà.
«Allora c’erano persone interessate a vedere altre persone andare fuori di testa (perché davvero era così: c’erano scene di vero e proprio delirio, corpi che si trascinavano l’uno all’altro come zombie, i concorrenti erano condotti fino ai loro estremi limiti fisici e psicologici e al completo esaurimento). Oggi abbiamo il pubblico che non è spettatore di quel voyeurismo, ma lo incarna». 
Lo spettacolo potrebbe richiamare anche gli “accaniti” del Grande Fratello? Spingere a teatro chi solitamente non lo frequenta?
«Perché no? Lo spettacolo è coinvolgente, emozionante, ma anche molto “popolare”. Non si lascia granché al non detto, e la comprensione è diretta». 
Certo gli attori, quella stanchezza tremenda, un poco la vivranno anche...
«Esatto. Il tempo che passa, nella rappresentazione della storia che era stata fatta nel film di Pollack, poteva essere reso con espedienti come il calendario che veniva sfogliato, o con le lancette che correvano. Qui no. Abbiamo reinventato i balli: per fare un esempio, in un ballo di 4 minuti ci possono essere 5 cambi di ritmo, perché devi rendere l’idea che magari sono passati tre o quattro giorni».
Ultimi febbrili giorni di prove. Che aria si respira? E cosa si deve aspettare il pubblico?
«L’atmosfera è di grande tranquillità, serena. In questo aiuta tanto anche la grande esperienza di Gigi (Dall’Aglio, il regista, ndr). Gli spettatori si divertiranno, perché diverranno in un certo modo parte del gioco».  
 

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