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Battistoni entusiasma il Regio: è partito con lo "spirito" giusto

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L'entusiasmo con cui il pubblico ha salutato l’esordio del ciclo beethoveniano intrapreso da Andrea Battistoni costituisce un viatico certamente importante ad un’impresa così ardua come l’esecuzione dell’intero ciclo delle Sinfonie.
Occasione oltretutto rara anche per chi ha familiarità con le singole opere; osservarle prospetticamente, una dopo l’altra, consente infatti di ricomporre, nella complessità dei rapporti, quella straordinaria scorciatoia verso il presente tracciata dal musicista, comprendere quindi la forza premente di un linguaggio quale va affiorando con sconcertante originalità già dalle prime due Sinfonie ponendo all’interprete sempre nuovi interrogativi; quelli che, come confessava Gavazzeni con il suo impagabile umor nero nel saggio «Non eseguire Beethoven», lo mettevano non poco a disagio.
L’idea del ciclo mancava del resto da tempo dalla nostra città: lo aveva avviato agli inizi degli anni novanta col suo entusiasmante fervore il grande Delman, iniziando emblematicamente dalla Nona, senza tuttavia che giungesse a compimento. Ora questa nuova proposta, sostenuta integralmente dal giovane direttore dell'Orchestra del Regio, sembra rimandarci ad un anello più lontano della nostra storia musicale, legato al progetto chiesto con lungimiranza da Maria Luigia a Paganini per ridare un assetto più efficiente all’orchestra Ducale, progetto - rimasto poi sulla carta, insabbiato tra le secche intriganti della Corte - che prevedeva, appunto, l’esecuzione di tutte le Sinfonie di Beethoven quale terreno fondamentale di rinsaldamento e di crescita della compagine.
Un significato che è parso mantenere una sua precisa incidenza anche attraverso l’ascolto di questa prima «tranche» offerta da Battistoni, centrata sulle due Sinfonie centrali, la Quinta e la Sesta, nonché complementari nel carattere, «stringata» l’una, «poetica» l’altra. Con quel tratto deciso che si è avuto già occasione di sottolineare, Battistoni ha infatti più che mai serrato le briglie nel guidare l’orchestra con una determinazione ben riconoscibile e con una tensione che si coglieva soprattutto nei contrasti dinamici e nel deciso spicco ritmico.
Un’evidenza di profili che trovava una sua indubbia efficacia nella Quinta sinfonia, per la prospettiva scorciata di quest’opera che muove dalla primarietà della fatidica provocazione tematica per giungere, quasi senza respiro, alla apoteosi finale, così eroicamente rivelata e come rabbiosamente ribadita dal ribattere degli accordi conclusivi; prospettiva che Battistoni ha «bruciato» con totale coinvolgimento emotivo, lo stesso con cui ha ricreato l’episodio «tempestoso» della Sesta, confermando quella sua visione fortemente contrastata che sembra talora lasciare in ombra certi aspetti meno esposti della trama, non meno significativi tuttavia nella definizione di quella eloquenza con cui Beethoven esplora le zone più segrete, sospinto da un passo regolato su una pulsazione sotterranea che attraversa come nervatura impalpabile il tessuto, illuminandone le screziature timbriche e alimentandone la tensione, senza che questa mai diventi enfasi. Nel segno dell’entusiasmo che ha salutato questo felice decollo ci avviamo verso il prossimo appuntamento. g.p.m.

 

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