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Baliani: "Parma, una città come un teatro. Mi ha dato un palcoscenico e la ringrazio"

Baliani: "Parma, una città come un teatro. Mi ha dato un palcoscenico e la ringrazio"
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Margherita Portelli

Sul palco da solo ci sa stare benissimo, Marco Baliani. E, dopo 23 anni, non si è ancora stancato di dimostrarlo. Nel 1989, infatti, l’artista di Verbania inventò il teatro di narrazione con «Kohlhaas», il monologo che venerdì alle 21 al Parco (anche stamattina e domani per le scuole), riproporrà a Parma, città nella quale vive da vent’anni. Dal 10 febbraio e fino al 1° marzo, il Teatro delle Briciole/Solares lo omaggia proponendo al pubblico «Il viaggiatore incantato», monografia di spettacoli e incontri per celebrare l’attore, autore e scrittore che nell'arco di oltre trent’anni ha rinnovato il teatro italiano. Noi lo abbiamo intercettato, a margine di un incontro con alcuni studenti del liceo artistico Toschi, per una chiacchierata.

Un omaggio lungo un mese da parte del Teatro delle Briciole. Per lei, come artista e come persona, che cosa ha significato?
«Mi fa molto piacere, in un momento che senz’altro rappresenta un giro di boa nella mia carriera (il 27 aprile a Genova andrà in scena la replica numero mille di Kohlhaas, ndr), essere protagonista di un riconoscimento eccezionale come questo, da parte di una città che amo, che mi conosce, e dove ho scelto di vivere nel 1991».

E qui si è trovato bene, evidentemente. Come mai?
«E’ una città questa che sembra un teatro; un palcoscenico che mi ha accolto, in cui le persone amano apparire, pur essendo un apparire ben diverso da quello della Milano da bere. Anche perché ormai da bere non è rimasto granché».

E’ cambiata, quindi?
«Rispetto a un tempo trovo le persone un po’ più impaurite. Una cosa che adoro di questa città, invece, sono le occasioni, la vita culturale che la pervade».

In «Kohlhaas» la rivedremo in un’opera che ha fatto da spartiacque nel teatro italiano. Com’è recitarla tanti anni dopo?
«Definirei questo spettacolo un work in progress, che è cresciuto, così come mi sono trasformato io. Quando rivedo le registrazioni di dieci anni fa, mi fanno sempre una certa impressione, perché, inevitabilmente, pur essendo lo stesso spettacolo, negli anni è molto cambiato».

Da cosa rimane incantato, nel mondo di oggi, un viaggiatore come lei?
«Credo che il punto non siano le cose, ma gli occhi con cui le guardiamo. È fondamentale mantenere lo sguardo dello stupore su ciò che ci circonda. Il mondo è tuttora colmo di cose che possono incantarci, l’importante è allenarsi a vederle. Dipende da come coltivi la tua esistenza».

Dei tanti progetti pensati e realizzati nella sua vita in teatro, ce n’è uno che ricorda con particolare affetto?
«Tantissimi. Quello che forse mi ha arricchito di più, umanamente, è il 'Pinocchio nero' con i ragazzi di strada di Nairobi. Si è trattato di un teatro diverso, perché ha salvato la vita a venti persone».

Nell’ultimo appuntamento, quello del 1° marzo, invece, svelerà i suoi segreti al pubblico. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Dividerò in blocchi il 'Kohlhaas', ne spiegherò i vari passaggi, dall’incipit alla narrazione, racconterò come si interpretano i vari personaggi , il passaggio dalla lingua scritta alla recitazione. Sarà un modo divertente per capire che cos’è il teatro».

E dopo?
«Mi piacerebbe dedicarmi a progetti che prediligano la coralità in luogo al teatro di narrazione». 

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