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La vera “Certosa di Parma”: intervista alla regista

La vera “Certosa di Parma”: intervista alla regista
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di Chiara Cabassi

Parma è una città che sta bene al centro della scena. Stasera e domani, come già annunciato, va in onda dalle 21 su RaiUno  la fiction in due puntate di Cinzia Th Torrini che accompagnerà il pubblico oltre che nelle tormentate vicende de «La Certosa di Parma», anche in palazzi, castelli, paesaggi della Bassa, atmosfere e cibi che sono le belle cartoline del nostro il Ducato. La fiction con Rodrigo Guirao Diaz e Alessandra Mastronardi, come già a Parigi e a Bologna, è stata presentata ieri anche a Parma, nella Sala Savani della Provincia. La regista fiorentina, accompagnata dal marito Ralph Palka (autore di un cortometraggio che ha raccolto immagini del backstage e interviste ai protagonisti offerto come “assaggio” della fiction), è stata accolta come una star. 
Le riprese si sono svolte l'estate scorsa nei luoghi originali del romanzo. Possiamo allora davvero dire che questa Certosa è di Parma? 
«Questo è il suo valore aggiunto, ma non un fatto scontato. Oggi la tendenza è quella di spostare i set verso l’est Europa ricostruendo in studio gran parte delle ambientazioni per limitare i costi. La co-produzione italo-francese ha consentito, attraverso una tutela di cui godono le opere cinematografiche realizzate in luoghi o relative ad argomenti di rilievo nazionale, di avere a disposizione le risorse che spesso mancano in Italia per riuscire a dare lo spessore e l’atmosfera giusta», precisa la Torrini.
 La “colpa” di questa Certosa è di Roberto Levi, il produttore italiano di Tangram. 
«Il destino che mi ha portato alla Certosa si è personificato in Roberto che me l’ha proposta con entusiasmo obbligandomi a rileggere il romanzo. Un destino che riporta anche lui sulla stessa storia. Levi fu il produttore anche della miniserie di Bolognini».
 In che modo questa «Certosa» sarà differente dall’altra televisiva? 
«Perché questa è realizzata con gli occhi di una donna. Se quella di Bolognini fu un grande affresco storico, dove centrali erano le arti diplomatiche del Conte Mosca in questa vedrete la figura passionale della Sanseverina spiccare tra gli altri personaggi. Una Sanseverina spregiudicata, moderna che usa il suo charme per le sue trame, ma anche per salvare il nipote».
 Come si può condensare un classico della letteratura internazionale in 100 minuti di fiction? 
«Questo è stato l’impegno più gravoso di tutta la realizzazione. Essendo una co-produzione due erano anche gli sceneggiatori. Sia quello francese che quello italiano hanno fatto una proposta. Io mi sono assunta il compito di integrarle, di rendere giustizia ad entrambe le versioni. Così come il casting è stato sia francese che italiano. Un doppio lavoro, ma ora posso dire che mi ha concesso anche più scelta, la possibilità di trovare gli attori che davvero rendessero il personaggio».
 Stendhal l’ambientò in un principato immaginato, dove forse non arrivò davvero. Quanto erano necessari i luoghi parmensi alla storia? 
«C’è una componente che fa parte dell’identità di Parma. La sua liason in identità culturale con la Francia. Un fascino che Stendhal forse non visse, ma che tramandò. Parma è evocata come nome, come profumo, più che frequentazione reale. Nella mia fiction questo fascino c’è e si poteva renderlo solo qui. Neanche io li conoscevo. Dopo averli respirati mi tornava in mente Bertolucci che qui è nato. In 52 giorni mi sono sentita come in un piacevole salotto. Parma è davvero una città che profuma di tiglio, dove ti viene l’acquolina in bocca ovunque, dove le acque del Po ti danno pace nella nebbia del mattino, e dove ho un ricordo speciale delle prove del concerto di Abbado nel Teatro dei Farnese. Sarei felice se dopo la fiction, che è già stata acquistata da molte altre televisioni europee, si diffondesse un tam-tam ampio sulla vostra città: se lo merita». 
 

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