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"La voce umana": se l'amore è appeso a un filo. Del telefono

"La voce umana": se l'amore è appeso a un filo. Del telefono
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Debutterà  giovedì 8 marzo alle 21, in occasione della Festa della Donna, e proseguirà fino all'11 (sempre alle  21,  la domenica alle 16) il nuovo spettacolo prodotto da Fondazione Teatro Due, «La voce umana», testo di culto di Jean Cocteau del 1929, diretto da Walter Le Moli e interpretato da Mascia Musy (info 0521 230242, biglietteria@teatrodue.org). Uno dei ritratti femminili più intensi della storia del teatro, che ne celebra la complessità nella giornata dedicata alle donne.
Il celebre ed intenso monologo- dialogo andò in scena per la prima volta al Théâtre de la Comédie-Française nel febbraio del 1930, con protagonista Berthe Bovy. Divenuto un classico, negli anni è stato interpretato dalle più grandi attrici del Novecento, da Anna Magnani (ne «L’amore» di Rossellini), a Ingrid Bergman, da Simone Signoret a Gaby Morlay, Judith Anderson, Susanna York, Liv Ullman. Un atto unico “dissanguante”, che dipana lo strazio dell’abbandono affidandolo ad una lunga telefonata. Qui il telefono diviene un mezzo d’incomunicabilità e inganno, in contrasto con la “voce umana”, strumento raffinato e sensibile, capace di trasmettere tutto il dolore e la solitudine della donna.
In scena due protagonisti, ma solo uno, Lei, visibile; Lui è un ruolo non scritto, un tempo di risposta e reazione, un serie di puntini di sospensione, un personaggio immaginato (forse persino immaginario) ma sempre presente, che si nega allo sguardo dell’amata e del pubblico pur conducendo la conversazione. La banalità dell’occasione, una semplice telefonata, è il fulcro di una forte tensione poetica ed emotiva e il “teatro puro” di Cocteau si dispiega in una serie di parole mozzate, frementi, incalzanti, che  srotolano in scena il filo di un amore finito, la matassa del dramma amoroso nella sua qualità originaria, sincera, nella sua assoluta prevedibilità.
«Una volta ci si vedeva. Si poteva perdere la testa, dimenticarsi le proprie promesse, rischiare l’impossibile, convincere chi s’adorava coi baci, aggrappati a loro. Uno sguardo poteva cambiare tutto. Ma con questo apparecchio, quello che è finito è finito», dice la protagonista alla cornetta. E in poche righe di una battuta, Cocteau condensa tutta la complessità e la novità delle relazioni nell’era della comunicazione mediatica.
Un testo che dopo più di 80 anni rimane intatto nella sua folgorante e poetica attualità anche al tempo degli smartphone. Una tragedia epica, un classico appunto, nella sua purezza e lucidità, nella sua violenza compressa e intima. Dice Cocteau nella prima didascalia alla scena: «L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue».  L’amore è appeso a un filo. Come la vita. 
 

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