Spettacoli

Genio ribelle e "contestatore": si sente l'assenza di Carmelo Bene

Genio ribelle e "contestatore": si sente l'assenza di Carmelo Bene
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Paolo Petroni
Parafrasando Attilio Bertolucci, l'idea dell’assenza come più forte presenza era una di quelle che Carmelo Bene aveva sempre teorizzato: tanto più all'insorgere dei gravi problemi al cuore e in vista della sua scomparsa (il 16 marzo 2002, domani ricorre il decennale), mentre lavorava a quel capolavoro che è l'«Otello» cinetelevisivo, considerato il suo testamento artistico e proiettato per la prima volta ai suoi funerali. Aveva ragione: in tempi come questi, di cultura svillaneggiata, di crisi di idee, di povertà e mancanza di coraggio, l’assenza delle provocazioni e del genio inventivo di Bene si avverte eccome.
Un’assenza di dieci anni, durante la quale la sua figura è cresciuta, o meglio è andata depurandosi di tutta quella parte di cronaca, colore, curiosità piccolo-borghese per l'eccentricità e gli sberleffi che spesso avevano la meglio sul senso e la forza della sua arte. Perchè è vero, Bene per anni è rimasto solo quello che, nel 1963, dal palcoscenico del Beat 82, aveva fatto pipì in platea (tra l’altro, non fu lui!) o lo strano tipo che affermava di essere «apparso alla Madonna», senza che la forza di questo ribaltamento, il mettersi in gioco dell’artista contro ogni convenzione, venisse davvero colta.
 Oggi, in prospettiva, tutto appare più chiaro, restaurati i suoi film e video, raccolti e pubblicati nei Classici Bompiani tutti i suoi testi, che hanno rivelato uno scrittore spesso di gran qualità, anche se non facile nella ridondanza verbale e espressiva del suo essere figlio del barocco pugliese. Nel suo essere contestatore naturale, ribelle a convenzioni e tradizioni quando acquistano valore vincolante, negli anni della neoavanguardia letteraria, delle novità nell’arte e nello spettacolo che arrivavano dall’Europa e dall’America, Bene si oppose a suo modo al teatro ben fatto (molto ben fatto), di Visconti e Strehler, all’eleganza didattica e ideologica dei migliori spettacoli del tempo, in nome della parola, spesso di grandi autori classici, del verbo e della sua forza dirompente, capace di farsi corpo e vita in scena.
«Non è che si possa scrivere quel che ho sentito, nè cosa precisamente lui faccia con la sua voce e quelle sue parole non sue - scrisse a suo tempo Alessandro Baricco uscendo da un suo recital di versi di Dino Campana - Dire che legge è ridicolo. Lui diventa quelle parole, e quelle non sono più parole, ma voce, e la voce non è più voce, ma è suono che accade, e quel suono che accade diventa ciò che accade, e dunque tutto, il resto non è più niente». A ogni testo, a ogni personaggio, che fosse di Dante, Shakespeare, Cervantes («Don Chisciotte con Leo De Berardinis) o di Sem Benelli («La cena delle beffe» con Proietti), sapeva così dare una nuova profondità, rivelarne tutti i doppi fondi, le possibilità espressive, come un lampo che poi, come vuole la legge del vero teatro, subito sparisce, non è più, ma forse ha lasciato un bagliore, un attimo di illuminazione, che sbalordiva, commuoveva, ma poteva anche irritare per la sua «crudeltà», per una ricerca di verità  al di là delle consuetudini, senza pietà per nessuno, a cominciare da se stesso. Non a caso Pinocchio, dalla prima messinscena del 1961, è stato uno dei suoi personaggi simbolo.
Nato a Campi Salentina (Lecce) il 1° settembre 1937, uscì «indenne», come amava dire, nel 1959 dall’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, che gli dette comunque i fondamenti su cui lavorare, i punti di appoggio da abbattere o rivoluzionare, cominciando con l’usare un autore «eversivo» come Majakovskij. Dopo viene il «Caligola» e inizia la fama di provocatore di Carmelo Bene, estremamente critico nei confronti del degrado culturale e sociale del mondo che lo circonda, che, per una quarantina d’anni, sarà protagonista delle nostre scene, parametro inevitabile in positivo e in negativo, creatore prolifico di spettacoli storici, autore di romanzi, creatore di film con la voglia, anche lì, di reinventare il cinema, fascinatore di pubblico con i suoi recital poetici.
Sono cose di cui avvertiamo oggi fortemente l’assenza. E per rendersene conto basterà andare al Festival di Carmelo Bene, organizzato dal Bari International Film Festival dal 24 al 31 marzo: incontri, discussioni, ma soprattutto la proiezione di decine di suoi video, spettacoli, film.

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