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Spettacoli

Quei fantasmi di fronte alla realtà

Quei fantasmi di fronte alla realtà
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di Filiberto Molossi

«Lei per noi non esiste». Nel ralenti struggente del tempo che (non) passa, là dove «finzione» è ancora la parola d'ordine e quello che c'è dentro racconta quello che c'è fuori, il ballo senza maschera di un invisibile al mondo, tenero e ingenuo sognatore che nella grande recita collettiva  non trova il suo ruolo, indifeso e impreparato davanti a una società dove fatalmente passa  inosservato. Magnifica presenza anche nella sua «assenza»: in quel suo timido e naturale non omologarsi, nell'essere «diverso» nell'epoca in cui tutti sono uguali.
E' un film sui fantasmi che siamo e sulle maschere che indossiamo (e dietro le quali spesso ci nascondiamo), l'ultima prova della «mina vagante» Ferzan Ozpetek,  ispirato girotondo  pirandelliano in bilico perenne tra palco e realtà, verità e illusione, immagine e riflesso, bizzarra eppure lieve commedia drammatica che riapre l'oscuro e gelido ripostiglio della memoria negata, consapevole che la menzogna può essere molto convincente ma che per fortuna «la verità lo è molto di più».
«Sei personaggi in cerca d'autore», il Bertolucci padre di «assenza più acuta presenza», «Questi fantasmi» di De Filippo, le autocitazioni da «La finestra di fronte» e persino qualche vago rimando a «Underground»: unite le molteplici suggestioni (e gli altrettanti livelli di lettura) che stanno alla base della pellicola con quel romanticismo e smarrimento esistenziale che è insieme il collante e la chiave del suo cinema, Ozpetek gestisce con garbo e leggerezza un'idea molto rischiosa, maneggiando con cura la fragile e delicata dimensione «fantastica» a cui si approccia con grazia per raccontare la storia di Pietro, giovane del Sud che arriva a Roma con il sogno di fare l'attore. Trovata casa facilmente, il nostro capirà in fretta perché l'affitto non è poi così caro: quell'appartamento di Monteverde vecchio è infestato da fantasmi. Ma non spettri qualunque: un'intera compagnia teatrale rimasta «intrappolata» nel 1943. E che ancora, giorno dopo giorno, continua a provare il suo spettacolo...
Riflessione dolce-amara sulla solitudine contemporanea di un individuo che è nulla se non al cospetto di un gruppo,  perso quando privo del contatto con l'altro (fantasmi inclusi...), «Magnifica presenza» è un film sincero e inclassificabile, stratificato e coraggioso, che se da una parte riesce senza sforzo a stabilire una connessione empatica col pubblico, dall'altra tradisce però una certa disomogeneità, specie nel momento in cui, dopo un inizio leggero e quasi comico, con tempi volutamente teatrali, alcune sequenze (vedi quella del travestito) appaiono un po' «posticce», inutilmente appiccicate alla misura del tutto.
 Ma se i cambi di registro non sempre sono intonati, le imperfezioni non intaccano l'insieme, là dove uno splendido cast (guardate cantare Germano al provino: riconoscerete il bravissimo interprete capace di vincere la Palma d'oro a Cannes con «La nostra vita») è complice del regista (che regala un cameo anche al nostro Mauro Coruzzi, qui in versione «orco») nell'interrogarsi sull'identità, nonché sul corpo e sull'anima, dell'attore, costretto a sparire da se stesso per diventare qualcosa d'altro.
 E a ripetere, come tutti, il copione dove è imprigionato: cullando il sogno di accarezzare - prima o dopo - il fantasma della felicità.

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