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Film recensioni - Biancaneve

Film recensioni - Biancaneve
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di Filiberto Molossi

Specchio specchio delle mie brame qual è il film più bello del reame? Questo no, di sicuro. Eh sì, perché d’accordo con le divagazioni sul tema (i nani che, rifiutati a causa della loro diversità, invece che i minatori fanno i banditi, la regina cattiva che aumenta le tasse più di Monti, la mela avvelenata servita quasi sui titoli di coda...) che ravvivano e cercano di attualizzare una fiaba scritta esattamente 200 anni fa, ma della «Biancaneve» del visionario Tarsem Singh, vittima dell’incantesimo della forma, si finisce per apprezzare più la buccia che non il succo. 
Omaggio ironico-nostalgico a certe sgargianti e coloratissime produzioni d’antan degli studios hollywoodiani, il primo film per famiglie del controverso regista indiano («The Cell», «Immortals»), azzerate o quasi le molteplici implicazioni psicoanalitiche del capolavoro dei fratelli Grimm, trasforma la virginale protagonista in un’eroina proto femminista (più simile a Robin Hood che a una principessa da salvare), disinteressandosi però per lo più dei contenuti (il film si muove su un filo narrativo molto fragile) per assecondare invece l’esplosione cromatica e barocca delle scene e dei costumi, questi ultimi - magniloquenti e sfarzosi -, frutto del genio della giapponese Eiko Ishioka (premio Oscar per il «Dracula» di Coppola) che, scomparsa a gennaio, lascia come testamento 200 spettacolari (lei che, come una ninja, indossava solo il nero) e immaginifici vestiti. Girato completamente in studio, volutamente artefatto, più noioso che divertente, «Biancaneve» (penultima versione cinematografica della fiaba: in arrivo ce ne è un’altra, più dark, con la Kristen Stewart di «Twilight» e Charlize Theron), al di là di qualche rara invenzione (bella l’idea dei nani su trampoli che li trasformano in giganti), coglie solo il lato più infantile del «c'era una volta», senza mai davvero suscitare meraviglia o stupore. La paura del tempo che passa, la prigione della vanità, il terrore di perdere il potere, la guerra dei sessi, l’autodeterminazione femminile: affrontato di petto il tema del doppio, là dove lo specchio diventa (cattiva) coscienza, Tarsem lancia molti ami dimenticandosi però di mettere le esche. Perso nel vorticoso girotondo dei tessuti e delle pieghe, l’autore (che insegue invano il segno di Burton e Luhrmann) infatti si accontenta di giocare coi volumi, non dando sostanza ai suoi sogni: ne esce un film che più che reggere il confronto con il cartoon disneyano (un classicissimo sempreverde) assomiglia piuttosto a una puntata di «Fantasilandia». E tutto ciò nonostante la giusta intuizione di mettere Biancaneve (Lily Collins, la figlia della rock star Phil, che vorrebbe studiare da nuova Audrey Hepburn ma non sarebbe male se prima si sfoltisse le sopracciglia...) in ombra rispetto alla regina-strega - vera protagonista del film -, interpretata da una godibile Julia Roberts: pretty queen che conta le rughe nella speranza che la sua personale favola continui ancora a lungo.
Giudizio: 2/5
 
SCHEDA
REGIA: TARSEM SINGH
SCENEGGIATURA: JASON KELLER E MELISA WALLACK DALL'OMONIMA FIABA DEI FRATELLI GRIMM
FOTOGRAFIA: BRENDAN GALVIN
COSTUMI: EIKO ISHIOKA
INTERPRETI: JULIA ROBERTS, LILY COLLINS, ARMIE HAMMER, NATHAN LANE, JORDAN PRENTICE
GENERE: COMMEDIA
Usa 2012, colore, 1h e 46'
DOVE: THE SPACE BARILLA, 
 THE SPACE CINECITY 
 

 

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