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Byrne, dai Talking Heads all'Oscar: sessant'anni vissuti "genialmente"

Byrne, dai Talking Heads all'Oscar: sessant'anni vissuti "genialmente"
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Paolo Biamonte
Oggi David Byrne compie 60 anni: un primo regalo lo ha ricevuto pochi giorni fa vincendo il David di Donatello per le musiche di «This must be the place», il film di Paolo Sorrentino che non solo prendeva il titolo da una sua canzone, ma ha concesso anche uno strepitoso cameo a questo scozzese che vive negli Usa praticamente da una vita, ma ha conservato la cittadinanza britannica, e che è un appassionato di ciclismo (la bici è stata per anni il suo unico strumento di trasporto privato), tanto competente da tenere una rubrica di cycling sul New York Times.
Per quanto strano possa sembrare, è riduttivo definire un genio musicale David Byrne, che ha vinto un Oscar (insieme a Ryuichi Sakamoto per la colonna sonora de «L'ultimo Imperatore» di Bernardo Bertolucci), diversi Grammy, un Golden Globe e fa parte della Rock'n'roll Hall of Fame. Piuttosto vien da pensare che si tratta del prototipo dell’artista-intellettuale contemporaneo, capace di usare i linguaggi e gli strumenti (non solo musicali) del passato e del presente per andare verso il futuro.
In fondo non era forse un lampo verso il futuro la musica dei Talking Heads, che tra gli anni '70 e '80 hanno portato la new wave nel solco del funk della metropoli? E non è stata forse una futuribile intuizione «My life in the bush of ghosts» (il titolo del libro di Amos Tutuola), l’album registrato all’alba degli anni '80 con Brian Eno (altro geniale indagatore del tempo) che segna l’atto di nascita della world music? Venticinque anni dopo, per l’anniversario dell’album, i due misero in rete i file dei brani che potevano essere modificati dagli utenti, realizzando uno dei primi concreti progetti di quella composizione collettiva che è uno dei possibili approdi di Internet.
Per non dire del ruolo decisivo svolto da «Rei Momo» (primo album solista di Byrne) per la popolarizzazione della musica latina, grazie anche alla spettacolare tournée che lo accompagnò e che fece riscoprire alle grandi platee del rock la forza irresistibile delle orchestre afro-cubane. La Luaka Bop, la sua etichetta discografica dedicata alla World Music (ha pubblicato anche le Zap Mama), ha un’importanza simile alla Real World di Peter Gabriel.
Grazie ai Talking Heads David Byrne avrebbe potuto accontentarsi di fare la rock star, invece ha costantemente cercato nuove esperienze e nuovi linguaggi lungo la strada della contaminazione. Ha collaborato in teatro con Twyla Tharp e Robert Wilson, nel 1986 ha scritto, diretto e interpretato «True Stories», un diario di viaggio per immagini sull'America più insolita, ha persino realizzato l’esperimento di trasformare in una sorta di strumento musicale un vecchio palazzo di New York; di recente insieme a Fatboy Slim ha scritto un’insolita disco opera su Imelda Marcos che è andata in scena alla Carnegie Hall.
Negli ultimi anni si sta imponendo anche come artista visuale. Intanto non perde occasione per scagliarsi contro l'industria musicale, sempre più in crisi, e per difendere il valore della musica e i nuovi strumenti di promozione e diffusione. Niente male per un sessantenne.
 

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    15 Maggio @ 08.19

    Uno dei più geniali interpreti musicali e non solo degli ultimi anni... Inimitabile!

    Rispondi

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