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Cinema recensioni - Tropic Thunder - Una guerra che ammazza dal ridere

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di Lisa Oppici


Spesso si dice: non perdete i titoli di coda. Qui addirittura si raddoppia: non perdete quelli, sì, ma nemmeno i trailer che aprono «Tropic Thunder». I pochi minuti in cui ci vengono presentati i protagonisti del film (anch’esso intitolato naturalmente «Tropic Thunder») del quale la pellicola di Ben Stiller racconta la lavorazione: tre attori in cerca di rilancio affiancati da un giovane rapper. Non perdeteli, perché lì comincerete a ridere: e praticamente non finirete più. Già, perché il tratto saliente di questa nuova demenziale incursione di Ben Stiller nella regia (ma è anche co-autore di soggetto e sceneggiatura) è che fa ridere. Tanto. Certo, è umorismo spesso di grana grossa, qua e là anche oltre i limiti dell’irriverenza, ma mette in fila una tale serie di trovate azzeccate, di caricature e di battute riuscite, da farsi perdonare le imperfezioni. Un film nel film, dunque: i nostri quattro, cui si aggiunge un quinto giovanissimo (alla fine fondamentale per risolvere la situazione) stanno girando «Tropic Thunder», pellicola sulla guerra in Vietnam tratta dal best seller di un «veterano». E per una serie di circostanze si trovano a combattere una «guerra» vera: dal cinema alla realtà, da attori a soldati, non senza qualche problema. Parodia dei film di guerra (citazioni esplicite di «Apocalypse Now», «Platoon», «Il cacciatore» e altri) ma anche di quelli d’avventura e della Hollywood di oggi tutta, la pellicola di Stiller non risparmia praticamente nessuno, mettendo sulla graticola un intero sistema. Le mega produzioni super truculente e ad alto tasso di sangue, certo, ma anche le persone del cinema: a partire dagli attori, dalle loro nevrosi e dai loro vizi, dalle loro manie e dalle loro crisi (esilarante il dialogo Stiller-Downey Jr. sull'identità). Ce n'è anche per gli agenti, che saranno anche amici dei loro «assistiti» ma di fronte a carrettate di denaro potrebbero pure lasciarli crepare. E ce n'è anche, forse soprattutto, per i produttori: qui il boss del film che si sta girando, Les Grossman (un irriconoscibile Tom Cruise in una delle performances più riuscite della carriera), è squalo come pochi. Last but not least, ce n'è anche per l’Academy, ed è forse una delle trovate più belle: il momento in cui Downey Jr. spiega a Stiller perché con l’interpretazione di un disabile (che di solito «funziona sempre» e significa Oscar) ha clamorosamente mancato anche la nomination è uno dei più comici di tutta la pellicola. Perché ha «toppato»? Perché «non si fa mai il completo ritardato»: non si esagera mai, insomma, altrimenti l’Academy non ci casca.di Lisa Oppici
Spesso si dice: non perdete i titoli di coda. Qui addirittura si raddoppia: non perdete quelli, sì, ma nemmeno i trailer che aprono «Tropic Thunder». I pochi minuti in cui ci vengono presentati i protagonisti del film (anch’esso intitolato naturalmente «Tropic Thunder») del quale la pellicola di Ben Stiller racconta la lavorazione: tre attori in cerca di rilancio affiancati da un giovane rapper. Non perdeteli, perché lì comincerete a ridere: e praticamente non finirete più. Già, perché il tratto saliente di questa nuova demenziale incursione di Ben Stiller nella regia (ma è anche co-autore di soggetto e sceneggiatura) è che fa ridere. Tanto. Certo, è umorismo spesso di grana grossa, qua e là anche oltre i limiti dell’irriverenza, ma mette in fila una tale serie di trovate azzeccate, di caricature e di battute riuscite, da farsi perdonare le imperfezioni. Un film nel film, dunque: i nostri quattro, cui si aggiunge un quinto giovanissimo (alla fine fondamentale per risolvere la situazione) stanno girando «Tropic Thunder», pellicola sulla guerra in Vietnam tratta dal best seller di un «veterano». E per una serie di circostanze si trovano a combattere una «guerra» vera: dal cinema alla realtà, da attori a soldati, non senza qualche problema. Parodia dei film di guerra (citazioni esplicite di «Apocalypse Now», «Platoon», «Il cacciatore» e altri) ma anche di quelli d’avventura e della Hollywood di oggi tutta, la pellicola di Stiller non risparmia praticamente nessuno, mettendo sulla graticola un intero sistema. Le mega produzioni super truculente e ad alto tasso di sangue, certo, ma anche le persone del cinema: a partire dagli attori, dalle loro nevrosi e dai loro vizi, dalle loro manie e dalle loro crisi (esilarante il dialogo Stiller-Downey Jr. sull'identità). Ce n'è anche per gli agenti, che saranno anche amici dei loro «assistiti» ma di fronte a carrettate di denaro potrebbero pure lasciarli crepare. E ce n'è anche, forse soprattutto, per i produttori: qui il boss del film che si sta girando, Les Grossman (un irriconoscibile Tom Cruise in una delle performances più riuscite della carriera), è squalo come pochi. Last but not least, ce n'è anche per l’Academy, ed è forse una delle trovate più belle: il momento in cui Downey Jr. spiega a Stiller perché con l’interpretazione di un disabile (che di solito «funziona sempre» e significa Oscar) ha clamorosamente mancato anche la nomination è uno dei più comici di tutta la pellicola. Perché ha «toppato»? Perché «non si fa mai il completo ritardato»: non si esagera mai, insomma, altrimenti l’Academy non ci casca.

 

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