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Spettacoli

Film recensioni - Molto forte, incredibilmente vicino

Film recensioni - Molto forte, incredibilmente vicino
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di Lisa Oppici

C’è una voce in segreteria: sei messaggi. Il primo è tranquillizzante, l’ultimo più concitato: dice tante volte «Ci sei?» e poi più niente. Niente. Perché subito dopo crolla tutto. Il bambino quella voce l’ascolta e la riascolta, la tiene per sé senza condividerla, l’impara a memoria in ogni accento. E muore un poco dentro anche lui. È l’11 settembre 2001. La voce era di suo padre, che dal World Trade Center non è più tornato. La nuova sfida di Stephen Daldry, l’autore di «Billy Elliot» e «The Hours», comincia con gli abiti svolazzanti di un uomo che cade nel vuoto. Parte da lì, Daldry, mostrando fin da subito il taglio di questa trasposizione del notevole - e complesso, e stratificato - romanzo di Jonathan Safran Foer: la scelta dell’11 settembre come direttrice di una storia tutta concentrata (più del libro) su Oskar e sul suo itinerario di elaborazione del lutto. Lui, bambino «strano», un sospetto di sindrome di Asperger, alle Torri Gemelle ha perso il compagno di avventure: quel padre che un anno dopo vuol provare a «ritrovare» seguendo un oggetto, una chiave, raccolto per caso nel suo guardaroba. La chiave diventa una zattera cui aggrapparsi: e cercare la «sua» serratura, in una New York battuta palmo a palmo, significa tornare a «giocare» con il padre, in una quête che nasce per riempire l’incolmabile e che è in primis viaggio interiore, appunto nell’elaborazione del lutto e nell’accettazione della vita anche «orfana», percorso di formazione in più stazioni.
L’11 settembre è un fil rouge, ma la storia è più grande: è storia sulle paure (di esser figli e trovarsi davanti al mondo, ma anche di esser padri: il nonno muto di Oskar) e sulla necessità di affrontarle, sul dolore accecante della perdita, sulla vita e sulla morte, sulla fatica di cercarsi e di attrezzarsi per affrontar l’oceano: a nove come a ottant’anni, bambini o adulti, figli o genitori. Per raccontarla Daldry sta molto - moltissimo - sui volti, soprattutto sugli occhi: e li fa parlare. Spinge sul pedale della commozione, talvolta abbonda in retorica, ma nonostante tutto sa confezionare un film che (av)vince per intensità e forza non solo emotiva, complice uno straordinario protagonista (attenzione ai suoi occhi, ma anche a come sa reggere il dialogo-confessione con il vero proprietario della chiave): i suoi duetti con lo splendido Max Von Sydow, Virgilio sui generis a sua volta (auto)mutilato da un dolore troppo grande, valgono da soli il biglietto.
Giudizio: 3/5

SCHEDA
REGIA:  STEPHEN DALDRY 
SCENEGGIATURA:  ERIC ROTH 
(dal romanzo di Jonathan Safran Foer) 
FOTOGRAFIA: CHRIS MENGES 
MUSICHE: ALEXANDRE DESPLAT 
INTERPRETI:  THOMAS HORN, SANDRA BULLOCK, TOM HANKS, MAX VON SYDOW, VIOLA DAVIS
GENERE:  DRAMMATICO
Usa 2011, colore, 2 h e 9'
DOVE:  THE SPACE CINECITY

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