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Giuseppe Bertolucci, l'uomo che inventò Benigni

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 Filiberto Molossi

Adesso, che lo diranno tutti, è sin troppo facile - e comodo - ricordarsene: e spiegare alla gente, che forse non lo sa, che se ne è andato l'uomo che ha inventato Roberto Benigni, il regista che per primo ha visto una luce in quello spettinato  comico toscano da teatrini off e ne ha fatto un fenomeno da culto. Sarebbe facile però e profondamente ingiusto non rammentarsi che quel signore alto e grande e gentile era per prima cosa un intellettuale a tutto tondo (uno degli ultimi, se preferite), capace di conservare uno sguardo ironico e sornione su una realtà davanti a cui sapeva ancora  (con eleganza, senza lanciare crociate né anatemi) indignarsi.
Uno dei nostri, un artista vero, assorto con pudore nelle imprevedibili aritmie dell'espressione, alla ricerca del filo smarrito delle cose, tra un sentimento sospeso e un ricordo presente: lui,  cresciuto all'ombra del padre Attilio, vate del Novecento, e del fratello primogenito Bernardo, imperatore del cinema, eppure bravissimo sin da subito a smarcarsi senza traumi, a trovare, da solo, una sua cifra stilistica ed emotiva tenera e paradossale, ispirata e spiazzante. Giuseppe Bertolucci, morto troppo presto a Diso, in quel Salento dove aveva deciso di passare gli ultimi mesi, ci piace ricordarlo così: bimbo della Parma del dopoguerra, che gioca nella casa di Baccanelli mentre il padre detta al telefono (e a braccio) le sue recensioni cinematografiche alla Gazzetta. Lampi improvvisi e geometrie visionarie che seducono  il piccolo Giuseppe, già al fianco del fratello Bernardo - che ora si dice «incredulo e senza parole» - come aiuto regista ne «La strategia del ragno».
E' l'inizio di una carriera che toccherà molteplici settori, autenticando la personalità complessa di un regista con molte - come recita il titolo di quella che è la sua «autobiografia intellettuale» - «Cose da dire». A metà degli anni '70 collabora alla sceneggiatura del monumentale «Novecento» poi scrive un monologo teatrale, «Cioni Mario», per uno sconosciuto e anarchico comico toscano: un tipo imprevedibile che all'anagrafe si chiama Roberto Benigni. E' il successo, tanto che il personaggio di Cioni diventa protagonista anche dell'opera prima dell'autore parmigiano, «Berlinguer ti voglio bene», commedia anomala che battezza la vena anticonvenzionale di un regista in seguito capace di raccontare come pochi il lato femminile dell'esistenza (splendide e vere le sue figure di donne, che escono con timida ma determinata forza sia nei film drammatici che in quelli più lievi), passando dal grottesco «Oggetti smarriti», al più doloroso «Segreti segreti» (uno dei primi film sul terrorismo), dal curioso «Strana la vita» al tenero e ispiratissimo «Amori in corso», un film di vetro soffiato (vincitore del Festival di Salso) che è la prova più luminosa del regista parmigiano.
L'ultimo set cinematografico è del 2001 («L'amore probabilmente»), che è anche l'anno della sua «Traviata» con allestimento anni '50 al Regio, per il Verdi Festival. E' l'opera dalle «poltrone rosse», come qualcuno la ribattezza: abbassato il sipario sono applausi. La lirica, i documentari  (con l'attenta e minuziosa ricerca su Pasolini), gli spettacoli teatrali - da «A mio padre» con cui va in scena al Due celebrando il centenario della nascita del padre al sodalizio con Gifuni che lo porta anche al Teatro al Parco -, i lavori televisivi: instancabile, Giuseppe,  generoso, vitale. Sempre vicino alla sua Parma, che guardava senza alcun piedistallo da Bologna, dove negli ultimi anni ha ridato vigore alla Cineteca. Sempre pronto a «tornare a casa», dove, giustamente, non risparmiava critiche a quella sua città che - come ebbe a dire nel novembre dell'anno scorso intervenendo all'intitolazione del liceo Bertolucci a suo padre - «ha perso i tratti della sua identità: Parma è investita da quella che Pasolini chiamerebbe un'ondata di omologazione culturale e politica. Si è perso un certo senso della moralità». Quello che a Giuseppe, invece, non è mai venuto meno.  

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  • paola

    17 Giugno @ 21.02

    Bellissime parole... Ho avuto il privilegio di conoscerlo tardi, lavorando con lui in una produzione Rai che l' ha mortificato e disconosciuto. Gli ho voluto bene. Ciao, Giu.

    Rispondi

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