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Ecco Venezia 69: il cinema ha le sue Olimpiadi

Ecco Venezia 69: il cinema ha le sue Olimpiadi
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di Filiberto Molossi

C'è il «sommo regista», Terrence Malick, che solo un anno fa vinceva il Festival di Cannes con un film epocale («The tree of life»); c'è il ritorno di De Palma dopo 6 lunghi anni di silenzio con un thriller roventissimo sin dal titolo («Passion») e dalla locandina (con Rachel McAdams e Noomi Rapace che promettono scintille); c'è Bellocchio che rilegge alla sua maniera il caso Englaro e Assayas che racconta il '68 e dintorni con gli occhi di un diciottenne. 
E ci sono gli autori che da soli ti fanno una rassegna, quelli a cui nessun buon cinephile rinuncerebbe mai: Kim Ki Duk, Mendoza, Kitano. O il giovane Korine, che con le bad girls di «Spring breakers» firma il film più pazzo dell’anno. 
Sì insomma, a due mesi dall’inizio delle Olimpiadi del cinema, c'è già un parziale dal campo del Lido: Barbera uno, scettici zero. Nonostante l’ombra pesante di Marco Müller, lo spread che affossa l’Europa e un momento non facile per l’industria cinematografica in generale, il nuovo-vecchio direttore (per lui è un ritorno: aveva rivestito lo stesso ruolo per tre edizioni, dal '99 al 2001) della Mostra di Venezia ha fatto le cose per bene: e ieri mattina ha presentato insieme al presidente della Biennale Paolo Baratta un programma accattivante, ricco di film sulla carta anche molto interessanti, e di progetti - il Biennale college for cinema che sosterrà (non solo a parole) i giovani talenti - ambiziosi. 
Un cartellone più snello (17 le pellicole in concorso a cui se ne dovrebbe aggiungere una a «sorpresa»), un film market che si spera degno di questo nome, grande attenzione alle autrici (quelle «quote rosa» completamente dimenticate da Cannes...), un solido ponte riallacciato con gli Usa (11 i film a stelle e strisce, a vario titolo, presenti alla kermesse): sono alcune della carte che potrà giocarsi la 69esima Mostra, che verrà inaugurata il 29 agosto da «The reclutant fundamentalist» di Mira Nair, dove ancora vengono agitati gli spettri dell’11 Settembre, ferita mai rimarginata. 
Cinquanta (tra gara e non) prime mondiali di alto livello, che mettono sul piatto alcuni outsider di prestigio (occhio a Bahrani, autore dell’acclamato «Goodbye solo», o a Giannoli) e tre italiani in concorso: oltre a Bellocchio, vanno a caccia del Leone anche Ciprì (senza Maresco) con «E' stato il figlio», di cui si dice un gran bene, e Francesca Comencini, con «Un giorno speciale». Fuori competizione invece, oltre agli immancabili Gitai e De Oliveira (e chi li ammazza quelli?), trovano posto anche i nuovi film di Robert Redford e della danese Susanne Bier, così come i documentari di Spike Lee (su Michael Jackson), Jonathan Demme (su Enzo Avitabile) e del presidente di giuria Michael Mann.  Mentre la sezione «Orizzonti» si candida a essere il cantiere sempre aperto delle possibili sorprese. 
Contrastata con forza la feroce concorrenza di Toronto (che porta in Canada i nuovi film di Ben Affleck, di David O. Russel e di Neil Jordan, oltre ai sesso dipendenti di «Thanks for sharing» e all’ultimo Cantet), Barbera (con i film di Spielberg e Refn probabilmente molto lontani dall’essere pronti) ha mancato l’aggancio a Wong Kar-wai e Tarantino (andranno a Roma?) e all’ultimo Burton di animazione: non senza per questo lamentarsi giustamente «della residua libertà di scelta dei direttori di festival, sempre più condizionati da altre logiche e altri discorsi che non so se abbia ancora senso definire paracinematografici o extracinematografici, visto il peso crescente che le logiche di marketing e le strategie - oscuramente? irrazionalmente? se ne potrebbe discutere a lungo - stabilite dai responsabili di prodotto delle "Majors" o dai "Sales Agents" - sempre più invasivi - assumono nei confronti del destino di un film». Per la cronaca, qui a Venezia per garantire al cinema un destino decente e costruire qualcosa di buono, di film ne hanno visionati 1.459. Con una certezza: che il cinema logora, ma solo chi non lo guarda. 
 

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