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Blade Runner, quando il noir scoprì il futuro

Blade Runner, quando il noir scoprì il futuro
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L'estate del 1982 fu per la fantascienza ciò che era stato per la cultura occidentale il 1968: il momento magico in cui tutto si rivela possibile. Forse non è un caso che il film che segnava lo spartiacque del genere fantastico, 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick, fosse apparso proprio nel '68. Quindici anni dopo, mentre il festival di Cannes si concludeva con la favola bella di E.T., a settembre le luci della Mostra di Venezia si illuminarono con un diluvio di applausi per il primo film «americano» dell’inglese Ridley Scott. Nasceva il mito di Blade Runner e gli appassionati del genere trovavano l’artista capace di dipingere a tinte fosche quel futuro che Spielberg immaginava con la grazia del sogno.

Due modelli e due miti contrapposti: se il primo si impose subito diventando uno dei maggiori successi della storia del cinema, il secondo sopravvive alla sua incerta sorte commerciale (all’epoca riuscì a malapena a pareggiare le spese), diventando un classico. A legare i due film c'è lo stesso afflato spirituale, la voglia di utilizzare il meccanismo della favola come veicolo di riflessione sull'uomo contemporaneo. Ma i modelli e le radici di Blade Runner sono autonomi e portano in bella mostra la cultura europea del suo autore, lo stesso che aveva stupito il mondo con l’opera d’esordio, I duellanti, dal racconto di Joseph Conrad, e conquistato Hollywood nel 1979 con il terrificante horror futuribile Alien.
Nato nel '37, secondogenito di tre fratelli legatissimi tra loro (il maggiore scomparso tragicamente, Tony Scott impegnato a ricalcare i trionfi di Ridley), reso famoso dalle pubblicità per la tv, il regista di Blade Runner si appassiona alla storia per caso, in una pausa del frustrante tentativo di portare sullo schermo una leggenda maledetta della fantascienza come Dune. E' allora che gli capitano tra le mani il romanzo di Philip K. Dick Il cacciatore di androidi (uscito proprio nel 1968) e la sceneggiatura di Hampton Fancher. Il copione vaga da un paio d’anni sui tavoli dei più diversi produttori, ma è Michael Deeley a convincere Scott coinvolgendo nel progetto la Warner Bros e la potente Ladd Company. Nel 1980 si comincia a scrivere la nuova sceneggiatura e nel team entrano un finanziatore di Hong Kong e gli inglesi della Filmways. Con poco più di 20 milioni di dollari e l’assenso di P. K. Dick sulla nuova versione, il regista accetta anche un attore emergente come Harrison Ford per il ruolo del protagonista. La sceneggiatura originale era stata scritta per Robert Mitchum, i candidati erano stati tantissimi, con Dustin Hoffmann in cima alle preferenze, ma alla fine hanno la meglio i consigli di Spielberg.
A quell'epoca, mentre già era consumato da un male mortale che lo avrebbe stroncato due anni dopo alla vigilia della prima del film, Philip K. Dick è un appartato autore di culto. Oggi la letteratura Usa lo elegge tra i suoi massimi rappresentanti del secondo '900 e lo celebra come pioniere del cyberpunk, ma negli anni '70 era quasi sconosciuto, tanto che la sceneggiatura tratta dal suo «Do Androids Dream of Electric Sheep?» prese il titolo di «Blade Runner» con un’ardita fusione tematica da un romanzo di William Borroughs sui cacciatori di androidi. Scott e il suo sceneggiatore David Webb Peoples salvarono solo quel dettaglio dalla fonte secondaria e ripresero invece molte delle tematiche mistiche di Dick, fondendole con stereotipi del film noir, a cominciare dalla caratterizzazione del protagonista, il cinico e romantico Rick Deckard, cui il capitano Bryant ordina di ritornare in servizio per cacciare ed eliminare quattro replicanti sfuggiti ai controlli e pericolosamente il libertà in una Los Angeles piovosa e decadente nell’anno 2019.

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