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Ry Cooder, appello al voto: "L'America? E' in pericolo"

Ry Cooder, appello al voto: "L'America? E' in pericolo"
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Paride Sannelli

Delusione è la parola più frequentata del vocabolario politico americano alla vigilia delle elezioni presidenziali nelle quali Barack Obama punta a riconfermarsi alla Casa Bianca. Ma secondo Ry Cooder è bene mettere un argine allo scontento perché sugli Stati Uniti pende la formidabile minaccia dei poteri forti annidati dietro a Mitt Romney. Così martedì prossimo, in perfetta concomitanza con l’investitura ufficiale dell’ex Governatore del Massachusetts da parte della convention repubblicana di Tampa, l’artefice del fenomeno Buena Vista Social Club torna sul mercato con “Election special”, album “politico” che recupera lo sguardo lucido e disilluso sulle cose americane del predecessore “Pull up some dust and sit down” per adattarlo al contingente. “Guantanamo” è una specie di lettera al Presidente, per ricordargli quanto potrebbe costargli caro l’immobilismo su una delle più eclatanti promesse elettorali, quella di chiudere il supercarcere, mentre Kool-Aid è dedicata a George Zimmerman, il volontario di una ronda di quartiere che lo scorso febbraio in Florida ha ucciso il 17enne di colore Trayvon Martin scambiandolo per un criminale solo per il suo abbigliamento. Cooder cita Guthrie in “Take your hands off it” (“…tieni giù le tue sporche mani dalla mia Costituzione…”) cantando “…Woody diceva ‘Questa terra è la tua terra’…”, ma tutto l’album è permeato da un’urgenza e da una militanza d’impatto Anni ’60. 
«Quando fai musica devi cercare di rispondere ai problemi della gente e, secondo me, al momento negli Stati Uniti abbiamo una tremenda incognita politica che potrebbe avere conseguenze catastrofiche - spiega Cooder, 65 anni, dalla sua casa californiana - Alcuni analisti pensano che sia il momento più critico della storia americana, perché stanno tornando a farsi sotto poteri forti che con la loro forza economica stanno provando in tutti i modi a spostare l’orientamento politico del paese. Se Obama perde per gli Stati Uniti è finita, la Destra non avrà più limiti».
 Da cosa nasce questa sensazione?
«Quando fu eletto, quattro anni fa, Obama aveva l’allure del salvatore, dell’uomo che ci avrebbe traghettato fuori dall’era Bush. Ma la crisi economica ha minato duramente il Paese e di conseguenza l’immagine di chi lo guida, togliendo alla gente la casa, il lavoro e spesso la speranza. Su questo fanno leva avversari senza alcuno scrupolo, disposti a mandare in malora la nazione pur di salvaguardare i propri privilegi. Gente ricca, senza il minimo interesse per il bene collettivo».
 Il testo di “The Wall Street part of town” dice: “C’è una Wall Street anche nella vostra città? No? Beh, mettetela in piedi voi; è facile. E quando arriva la polizia, ricordate loro che siete voi a pagare il loro stipendio!”.
«Quando il popolo non ha voce, il potere vince inevitabilmente. E questo è fascismo. Se il popolo è unito non cade nella trappola della paura in cui il potere attraverso i media cerca di farlo scivolare creando nemici ovunque per poi giustificare condotte repressive. Con ‘Occupy Wall Street’ per la prima volta abbiamo visto ragazzi e gente di ogni tipo prendere in mano il proprio destino. Forse in strada non c’erano i ricchi, ma per il resto la società americana era rappresentata un po’ a tutti i livelli».
 Pure in queste cose il futuro è in mano ai giovani.
«Già, ma tra computer, tablet, telefonini, li vedo totalmente distratti dalle illusioni dei loro piccoli schermi».
 C’è un filo che lega queste nove canzoni?
«No. Ciascuna è una piccola storia svincolata dalle altre. Non sono un romanziere e in quattro minuti è difficile mettere contenuti complicati, per questo i messaggio sono semplici ed essenziali. Perché arrivino dritti all’obiettivo». 
 Un paio di anni fa lei è entrato nel progetto dei Chiftains “San Patricio”, costruito su una storia poco conosciuta dell’epopea americana di metà Ottocento; quella del Battaglione irlandese di San Patrizio, mandato a combattere i messicani ma poi trucidato dagli stessi soldati dell’Unione per essersi rifiutato di sparare su cattolici con la divisa di un altro colore.
«Beh, si tratta di una grande storia che valeva la pena di essere raccontata. La cosa interessante è stato il boicottaggio dei media americani, conseguente al poco gradimento del progetto da parte dell’apparato militare americano; se vai a focalizzare particolari scomodi della storia di questo paese radio e giornali ti isolano. I Chieftains sono rimasti scioccati da questo atteggiamento dei media americani, io no».
 Porterà le canzoni di “Election special” in tour?
«Forse con un piccolo gruppo, perché sono pezzi diretti e molto semplici da suonare. Anche se l’Europa la vedo più difficile, perché lì i bilanci sono più difficili da far quadrare. L’ultima volta i miei guadagni se ne sono andati quasi tutti in spese».

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