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Film recensioni - Bella addormentata

Film recensioni - Bella addormentata
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Filiberto Molossi

La vita al tempo di Eluana: il caso Englaro? Ora per tutti è diventato il caso Bellocchio: e il dibattito che infiammò un intero Paese - ipnotizzato dal sorriso di una ragazza che non sorrideva più da 17 anni - si è trasferito al cinema. Dove la verità chiede spazio, ma di certo non fa meno male.
E' un film sulla libertà (e sul libero arbitrio), sulla crisi di coscienza e sul declino morale (individuale e collettivo), sul senso stesso dell'etica, quello che il regista de «I pugni in tasca» ha girato con passione non riconciliata: ed è, soprattutto, un film - critico, sofferto e disilluso -, su un'Italia bella addormentata, sul nostro presente confuso e maldestro, su un'epoca senza lampi dominata dalla violenza anti illuminista di imporre agli altri il proprio pensiero, la propria idea, le proprie ragioni. 
Un fermo immagine impietoso (eppure non privo, paradossalmente, di pietas) scandito come una litania dal respiro artificiale di un'intera nazione: una pellicola pubblica e insieme privata, non priva di speranza, in cui il reale entra prepotentemente nella fiction e la morte di Eluana diventa il mezzo e la scossa per pretendere - tra l'ipocrisia della religione, il culto dell'immagine e lo smarrimento della politica («i parlamentari sono degli infelici e dei disperati: la tv li fa sentire importanti anche se non contano un cazzo») - la riscoperta di una seppure faticosa umanità.  
Importante, forte, sentito, anche se a volte l'eccessiva teatralità disturba e alcuni personaggi si rivelano sopra le righe, «Bella addormentata» - storia corale di alcuni uomini e donne di varie età che, in un modo o nell'altro, sono coinvolti in prima persona da ciò che sta accadendo a Eluana - fotografa la lacerante eutanasia di un Paese in coma da anni, con scarse possibilità di risvegliarsi: apparentemente incapace di salvare se stesso, di scuotersi dal suo torpore, dal suo stato vegetativo, là dove «la sofferenza non nobilita l'uomo, ma lo umilia» e il fanatismo, di ogni segno e credo, agita i dogmi furiosi di chi crede  di avere il monopolio del dolore.
Interpretato da una lunga lista di volti noti (tra cui Toni Servillo, Maya Sansa e uno splendido Roberto Herlitzka), il film è l'emblema di un cinema del dubbio che tiene conto di tutte le parti in causa, interrogando non solo la morale cattolica ma quella di ognuno: affidato al personaggio del parlamentare uno splendido monologo condannato al silenzio, Bellocchio racconta la crudele assurdità di una vita ad ogni costo: tra il lungo addio di chi è già morto e l'inatteso di risveglio di chi invece può ancora decidere di vivere.
Giudizio: 3/5
 
SCHEDA
REGIA:  MARCO BELLOCCHIO
SCENEGGIATURA:  MARCO BELLOCCHIO, VERONICA RAIMO, STEFANO RULLI
FOTOGRAFIA: DANIELE CIPRÌ 
INTERPRETI:   TONI SERVILLO, ISABELLE HUPPERT, ALBA ROHRWACHER, MICHELE RIONDINO, MAYA SANSA, ROBERTO HERLITZKA, PIERGIORGIO BELLOCCHIO, GIANMARCO TOGNAZZI.
GENERE:  DRAMMATICO
Italia/Francia 2012, colore, 1 h e 55’
DOVE: ASTRA, THE SPACE CINECITY
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • sara

    10 Settembre @ 11.13

    Complimenti a Filiberto Molossi per l'esaustiva, competente e dettagliata recensione di questo film!!

    Rispondi

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