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"Traiettorie 2012", avvio significativo nel segno di Mahler

"Traiettorie 2012", avvio significativo nel segno di Mahler
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Non c'è che da rallegrarsi che, coi tempi che corrono, «Traiettorie» abbia trovato il coraggio e le forze per superare la tante difficoltà presenti lungo il percorso di ogni organizzazione musicale per proseguire con la determinazione che per oltre un ventennio ha contrassegnato la lunga sequenza di appuntamenti grazie ai quali si è potuto leggere il termometro della contemporaneità.
Un avvio deciso, ricco di significati quello dell’altra sera che vedeva sul palcoscenico dell’Auditorium i giovani componenti dell’Ensemble da camera dell’Accademia della Scala guidati da Marco Angius, tutti decisamente coinvolti nella proposta della Quarta Sinfonia di Mahler. Una curiosità per molti quella di ascoltare questa Sinfonia, forse la più “affabile” del musicista, in una versione cameristica, apparentemente contrastante con lo spessore oltremodo variegato e tormentato dell’orchestra mahleriana, benché proprio nella Quarta il musicista avesse mirato a ritrovare l’aurea misura dell’economia haydniana: pur sempre in una visione dilatata, difficilmente riducibile a pochi strumenti. E tuttavia da sempre nella pratica musicale ha operato il principio di fare “di necessità virtù”, con esiti che hanno trovato poi una sedimentazione consolidata, fino a divenire principi guida (anche se si sa come Mozart e Beethoven sognassero organici ben più ampi, resi improbabili solo da ragioni economiche). Da ciò la pratica della trascrizione, in tutte le salse, al fine di far ascoltare ad un pubblico, che poteva essere anche solo quello di una famiglia, opere che diversamente sarebbero rimaste sulla carta. Le stesse necessità che in tempi meno remoti inducevano i compositori a ricorrere al duttile surrogato di una o due tastiere, Debussy che affida ad esse la sognante strumentazione del «Prélude à l’après-midi d’un faune», Stravinski il suo «Sacre» e così via. Condizione indispensabile per farsi ascoltare, che fu la ragione per cui Schoenberg, nella Vienna un po' sorniona dei primi decenni del secolo, diede vita a quella «Associazione per le esecuzioni private» i cui programmi vivevano soprattutto di trascrizioni. Tra queste anche quella della Quarta di Mahler, commissionata da Schoenberg al suo allievo Erwin Stein. Una pratica che è divenuta storia e che oggi noi osserviamo con rinnovata curiosità, documento di un costume non poco stimolante, ma che pure non è esente dagli stessi condizionamenti pratici che ne erano alla base, come è avvenuto di recente a Berlino dove si è concepita l’idea di un «mini-Mahler», un modo insomma per avvicinarsi a questo autore al di là dei vincoli economici imposti dal grandioso strumentale mahleriano. Di questa iniziativa è stato attivo propugnatore il musicista tedesco Klaus Simon che ha realizzato una versione cameristica di ben tre Sinfonie di Mahler, la Prima, la Quarta e la Nona. Il riferimento alla versione Stein non poteva mancare anche se l’intendimento era diverso sulle scelte strumentali, rivolte ad una più coerente messa a fuoco di certi caratteri timbrici, come quelli del corno e del fagotto, così incidenti sulla fisionomia di questa Sinfonia. Fin troppo ovvio cogliere il taglio sghembo dell’operazione; come osservare la Sinfonia attraverso uno specchio deformante che nei diversi equilibri imposti dalla riduttività esalta certi tratti, in particolare il “grottesco” che affiora con un’evidenza decisa rispetto alla più decantata ambiguità mahleriana. L’interesse è un po' quello di smontare il giocattolo, guardare com'è fatto dentro, scoprire così linee sottopelle significative di quel tormento creativo che accompagnava il sempre insoddisfatto autore, ai nostri occhi, meglio alle nostre orecchie, presagio di modernità; la stessa stupefazione che proviamo osservando da vicino la pennellata grassa, irruente dell’ultimo Tiziano. Un gioco di cui Marco Angius possiede le chiavi che maneggia con l'acutezza con cui è solito esplorare le più intricate partiture contemporanee, sorretto sempre da una felice musicalità, ed è in tale prospettiva che è parso gestire con autorevolezza l’impegnatissimo gruppo dei giovani accademici scaligeri, ottenendone una risposta molto sicura, insieme a quella del soprano Susanne Braunsteffer che ha intonato con bella misura la conclusiva «vita celestiale». Tra gli applausi del pubblico, assai numeroso, ripagati dalla replica del movimento finale.
 

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  • Mischa Maisky

    19 Settembre @ 12.46

    Davvero un gran concerto!

    Rispondi

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