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Piero Pretti: "Rigoletto? È l'opera perfetta"

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Elena Formica
Il Duca di Leo Nucci (non è una svista) è «giovin, giocondo»: come da manuale. L’ha voluto lui, il baritonissimo, per il Rigoletto del primo ottobre al Teatro Regio di Parma. Una garanzia, non ci piove. Mica l’ha scelto un assessore! Questo per dire che – siccome è cosa fatta la nomina di Carlo Fontana ad amministratore esecutivo del Teatro Regio di Parma - il cartellone e i cast del Bicentenario Verdiano torneranno ad essere decisi, per la dignità, l’efficienza e il futuro del teatro, da soggetti istituzionalmente preposti. Era ora. Ma torniamo al Duca, c’intriga di più. Per 5 recite il ruolo sarà interpretato da Piero Pretti, un ragazzo agile e svelto, faccia italiana, vivaddio con un approccio non «melodrammatico» a se stesso, alle interviste. Si può parlare di tutto con lui. Anche dei gravi problemi della Sardegna, la terra dove è nato. «Sì – conferma l’artista -, è stato Leo Nucci a chiamarmi per questa produzione di Rigoletto e io mi sono subito attivato per poter dare la mia disponibilità. Avrei fatto carte false per esserci, per interpretare il personaggio del Duca a fianco di Nucci, il grande Rigoletto che mi ha affascinato fin da bambino». Per chi ama l’opera e viaggia per teatri, Piero Pretti è un nome noto. Si tratta di uno dei tenori più interessanti emersi negli ultimi anni. Il «suo»  Duca ha fatto faville al Regio di Torino; di recente s’è fatto apprezzare anche in Luisa Miller alla Scala (in alternanza con Álvarez che, nel primo cast, affiancava l’acclamato Leo Nucci). Pretti è stato Manrico nel Trovatore a Ravenna con regia di Cristina Mazzavillani, previo «nihil obstat» di Riccardo Muti che, per tale ruolo, lo aveva promosso a pieni voti durante un’audizione a Salisburgo. Ha interpretato il Poliuto di Donizetti a Sassari e non si è fatto spaventare dai Vespri Siciliani (sia nella versione italiana che francese) al Regio di Torino e al San Carlo di Napoli. Nella capitale sabauda ha debuttato felicemente come Edgardo in Lucia di Lammermoor e tra breve, a Palermo, esordirà nei Due Foscari con il mitico Leo Nucci. Il 2013 si prospetta verdiano: Nabucco, La Traviata e Un ballo in maschera alla Scala. «Non posso definirmi un tenore verdiano – dice Pretti –, anche se è notevole la presenza di alcune opere di Verdi nella mia carriera. Mi sembra una definizione rischiosa, fraintendibile. All’inizio studiavo e cantavo tutt’altro repertorio, affrontavo ruoli da “lirico leggero” come nel Barbiere di Siviglia. Poi la voce è cambiata e mi sono affidato al maestro Mastino, debuttando nella Bohème di Puccini e proseguendo su questa strada. Io sono stato artista del Coro del Teatro Lirico di Cagliari, un’esperienza importante. In tutta sincerità devo dire che, nell’intraprendere la carriera da solista, non aspiravo alla Scala, ai grandi teatri; non m’importava arrivare là con qualsiasi ruolo, magari con parti che a me non dicevano nulla. Il mio obiettivo iniziale era un altro: affrontare ruoli interessanti e portarli davanti a un pubblico - benissimo anche se in teatri di provincia – perché fondamentalmente io desideravo misurarmi con parti a me congeniali, stimolanti, e proporle all’ascolto. Così, quando più tardi ho debuttato alla Scala, non dico di non aver provato emozione (questo è impossibile), ma mi sono accorto di essere, tutto sommato, sereno. Mi sono quasi stupito di me stesso». E Rigoletto? « E’ l’opera perfetta – risponde il tenore -. Non ti stanchi mai di ascoltarla, di cantarla. Rigoletto è specchio della società. I caratteri, le dinamiche umane, i meccanismi del privilegio, del cinismo, ma anche quelli dell’amore e del sacrificio, sono gli stessi che muovono la realtà di oggi e di ieri».

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