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Caterina Caselli: "Classica o pop, una sola musica"

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A più di quarant’anni da quando fu ribattezzata «Casco d’oro», Caterina Caselli mantiene ancora l’aria di quella ragazza, alla quale ha aggiunto l’esperienza di una vita spesa, anche dopo aver lasciato il palcoscenico, sempre all’interno del mondo della musica: con un ruolo, quello di produttrice, di scopritrice di talenti, di discografica, nella quale i giovani, l’individuarne le qualità, le individualità, farle emergere e crescerle, hanno un ruolo preminente. Per queste sue qualità stasera (ore 21, prima del concerto di Hancock, ndr) le sarà assegnato il primo Premio Barezzi, il riconoscimento con il quale il Barezzi Live Festival vuole da quest’anno premiare quelle personalità che nei giovani credono e per loro inventano nuove possibilità di affermazione. Intitolato a colui che per primo credette nelle qualità del giovane Verdi, il Premio Barezzi ha trovato in Caterina Caselli un’ideale incarnazione di queste motivazioni. Del premio, dei suoi valori, dei giovani nella musica e del suo lavoro per loro e assieme a loro, Caterina Caselli ci ha parlato in questa lunga intervista.

 
Un riconoscimento per tutto quello che lei ha fatto per aiutare i giovani. Ma davvero è così difficile far questo, cioè una cosa che in un mondo «normale» dovrebbe essere invece naturale?
 
«Da sempre esprimersi e farsi conoscere non è mai stato né facile né naturale, né ai giovani né ai “creativi” in genere. E’ a questo che servono gli editori, un ruolo riconosciuto dalla regina di Inghilterra Anna Stuart nel 1710 con la prima legge a tutela degli “autori” (i creativi di allora). Il nostro compito è ancora quello, fare in modo sistematico quello che i soggetti creativi faticano a fare, cioè diffondere le loro opere e i loro talenti... qualcosa di più “strutturale”, se posso dirlo, del ruolo pur fondamentale svolto da mecenati come Antonio Barezzi».
 
Perché ai giovani vengono posti tanti ostacoli?
 
«Ma lei è sicuro che si tratti di ostacoli? Non mi sembra manchino le opportunità, anzi forse ce n’è perfino troppe. Pensi al proliferare dei talent show, televisivi e non. Non sarà che, più semplicemente, il mercato richiede tempi medio-lunghi per acquisire una nuova proposta?»
 
E, invece, cosa potrebbero fare di più e meglio, i giovani, per affermare la loro personalità?
 
«Devono essere consapevoli da subito che passione, entusiasmo, voglia di esprimersi e affermarsi sono solo alcuni degli ingredienti di un percorso arduo, difficile. E che a volte, quando arrivano le sconfitte e le disillusioni, può anche essere molto doloroso».
 
Quando lei si è affermata nel mondo della canzone, i problemi erano gli stessi o erano diversi?
 
«Certamente il clima era diverso. Minori opportunità, minore concorrenza. La società era più povera, l’intrattenimento più semplice. Io ho cominciato accumulando chilometri e chilometri per cantare nelle balere. Un processo di maturazione duro ma anche entusiasmante. Poi, quando facevi il salto nella professione c’era una selezione severa dove i ruoli in commedia erano chiari e tutti li rispettavano. Dovevi misurarti con gli editori che erano i veri “dominus” del mercato musicale, uomini come mio suocero Ladislao Sugar, che ci ha insegnato che la musica è una sola, e investire parte dei proventi del pop nella musica classica contemporanea era un atto doveroso. Così Caterina Caselli, Gigliola Cinquetti, Johnny Dorelli, Ornella Vanoni, condividevano gli stessi uffici di Petrassi, Dallapiccola, Berio... I proventi erano abbondanti, oggi sono quasi scomparsi... e investire è diventata un’operazione ad altissimo rischio».
La mancanza di luoghi dove far musica dal vivo, quanto ha influito sull’espressione e sulla conoscenza dei giovani?
«Nel cinquantenario dei Beatles è giusto ricordare che il “cuore” della musica di oggi ha potuto nascere e diventare quel fenomeno culturale e di costume che è la musica popolare grazie a quei locali, dal Cavern al Piper di Roma dove ho esordito anch’io, che facevano musica dal vivo. Luoghi dove fare musica dal vivo ci sono ancora ma, certo, le discoteche non possono più permettersi il “gruppo”. Ma per i giovani esibirsi, conoscersi, confrontarsi, è anche crescere artisticamente».
 
Quale pensa possa essere l’evoluzione della musica nei modi di consumo e distribuzione?
 
«Credo che non ci sia mai stato tanto consumo di musica quanto ce n’è in questi anni. Ed è paradossale che a soffrirne sia proprio l’industria discografica che dovrebbe esserne il principale beneficiario. I social network più dei media tradizionali avranno un ruolo importante, ma penso anche che dovrà essere restituito spazio agli editori e ai produttori come noi, che sviluppano progetti con al centro artisti e competenze creative».
Cosa rimpiange di più del mondo della musica dei «suoi» anni ’60, e cosa, di quel mondo, potrebbe essere utile oggi?
«La semplicità, il rispetto del lavoro, un mercato più onesto senza l’assillo della pirateria che ne infrange le regole, il merito premiato in maniera tale da rendere il rischio d’impresa una variabile normale, non un muro pressoché invalicabile».
 
Alcune delle sue canzoni non sono mai passate di moda e continuano a essere trasmesse e cantate: cosa fa di una canzone, di un successo, un classico che sfida i decenni?
«Una canzone popolare è una storia che dura tre minuti. E per diventare un classico deve stare fuori dal tempo. Io ho avuto la fortuna di incontrarne tante, così. “Nessuno mi può giudicare”... “Insieme a te non ci sto più”... “Perdono”... già nel titolo sembrano slogan, sintetiche dichiarazioni di intenti che valevano allora come oggi. v.r.s.
 

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  • federico

    23 Ottobre @ 10.21

    Come nella politica anche nella musica restiamo con i brontosauri:Caterina Caselli, Herbie Hancock (concerto con musica scontata e noiosissima di pseudododecafonia, new age, funky trito e ritrito e musica tribal-elettronica).Personaggi dediti soltanto alla autosponsorizzazione e alla vendita della propria immagine. Amen!

    Rispondi

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