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"The motel life" è il colpo di coda del Festival. Oggi il verdetto

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Dal nostro inviato
Filiberto Molossi

ROMA - Nel giorno in cui le ragazzine danno di matto per Riccardo Scamarcio (protagonista di «Cosimo e Nicole», presentato in Prospettive Italia), ma aspettano al varco anche il divo James Franco (che ieri ha dato vita a un’attesa masterclass), mentre gli uomini si rifanno gli occhi con 21 Miss Italia che sfilano sul red carpet per l’evento speciale dedicato a Enzo Mirigliani, il Festival spara le ultime cartucce e, dulcis in fundo, riesce anche a fare centro: in attesa dei verdetti di stasera, infatti, un grande e convinto applauso ha salutato «The motel life», la dolente ballata dei debuttanti Gabriel e Alan Polsky, solo gli ultimi della lunga serie di fratelli che caratterizza il cinema made in Usa. Difficile (e soprattutto ingiusto) non tenere conto nell’assegnazione dei premi di un film come questo, ambientato nell’America dei losers e delle strade che non portano da nessuna parte, là dove il ricorso al potere liberatorio e salvifico dell’immaginazione (qui visualizzata attraverso inserimenti molto efficaci - come già in «Urlo» - di suggestive, anche dal punto di vista grafico, storie animate) è l’unica vera via di fuga da una realtà da cui non si scappa mai. Oltre a «The motel life», i film che più ci sono piaciuti in una gara comunque al ribasso sono l’intimo messicano «Mai morire» e l’italiano «Alì ha gli occhi azzurri» (non ci starebbe male nemmeno un riconoscimento per l’interprete emergente al giovane Nader Sarhan): ma chance nella corsa al Marc'Aurelio d’oro sulla carta ne hanno anche «Main dans la main» (con Valerie Lemercier tra le candidate al premio per la migliore attrice), il kolossal cinese «1942», il sopravvalutato «Marfa girl» e il film di Roman Coppola (suggestiva l’idea di un premio al redivivo Charlie Sheen). Non è tra i favoriti, infine, ma ci sembra un errore escluderlo dal toto Marco Aurelio (ben 8 i riconoscimenti in palio per i 15 film in concorso: per al serie, non scontentiamo nessuno...) il russo Fedorchenko: le sue «Spose celesti» non hanno convinto del tutto, ma la mano è quella di un autore vero. Più dura invece per Johnnie To: raramente i film di genere vanno a premio, anche se la sua maestria meriterebbe almeno una menzione.Tornando alla pellicola dei fratelli Polsky, molto bene interpretata da Emile Hirsch, Stephen Dorff e Dakota Fanning (oltre che da un monumentale Kris Krisofferson), c'è da dire che si tratta di un film bello vero, pieno di freddo, tosse, barbe lunghe, birre, slot machine, mutilazioni (fisiche ed emotive), stripper con la cellulite: una storia ambientata nel '90 (quando Douglas, contro ogni aspettativa, mise al tappeto Tyson...) tratta dal romanzo di un cantante country (Willy Vlautin) dove in realtà si cita spesso Willie Nelson, ma che più di tutto ricorda certe canzoni di Johnny Cash o alcuni pezzi acustici (alla «Nebraska») di Springsteen. Ambientato a Reno, sorta di non luogo bloccato nel tempo, «The motel life» segue le vicende di due fratelli, rimasti orfani da bambini: uno, che ha perso una gamba da piccolo, investe e uccide un ragazzino. E chiede all’altro di aiutarlo...Girato con stile indipendente, felicemente minimalista, il film, nel cogliere la reciproca dipendenza l’uno all’altro dei protagonisti (il ragazzo che raccontava storie e l’altro che disegnava desideri), il loro autolesionismo, la solitudine di chi è cresciuto troppo in fretta ma sa che nell’America che ha tradito il suo sogno la speranza è ancora la chiave di tutto, celebra (con forti, ovviamente, riferimenti autobiografici) la fratellanza, l’amore che è lealtà e sacrificio, peso e responsabilità.  Un film, quello dei Polsky, che ha possibilità anche sul piano commerciale, che appaiono precluse invece al cerebrale e teatralissimo «Eterno ritorno: provini», l’altra pellicola in concorso ieri firmata dalla veterana ucraina Kira Muratova: un film che pensa agli esercizi di stile di Queneau per tracciare un’interessante riflessione sull'irrepitibilità dell’atto cinematografico (mai ugulae a se stesso, anche quando sembra il contrario) nonché sul processo creativo (e mistico) del cineasta e sul lavoro dell’attore. Capriole metafilmiche per una pellicola che racconta la stessa storia - ripetendo il medesimo testo -, con attori differenti, riavvolgendo il filo tra una variazione e l’altra. In realtà, quelli che passano sullo schermo in bianco e nero sono «solo» provini, schegge-testamento del film che un regista non ha fatto in tempo a finire...I concetti sono ambiziosi, gli esiti, nonostante una certa autoironia e la proprietà di linguaggio della regista, però non così brillanti: l’implacabile reiterazione mette infatti a dura prova la pazienza della platea, solo appena risollevata dalla versione pop - e russa - de «La donna è mobile». E intanto, oggi il Festival, si prepara a stendere il tappeto rosso per 100 operai in tuta blu: una rappresentanza di lavoratori provenienti da tutta Italia che sfileranno sul red carpet in occasione della proiezione di «Dell’arte della guerra», il film di Silvia Luzi e Luca Bellino che racconta dell’estate del 2009, quando 4 operai si arrampicarono un su un carroponte all’interno della Innse, la storica Innocenti di Milano, per impedirne la chiusura.


 

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