Spettacoli

Amanda Sandrelli: "Storia straziante ma necessaria"

Amanda Sandrelli: "Storia straziante ma necessaria"
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Mariagrazia Manghi

«Mamma vieni» è la voce di un bambino che risponde al telefono. Amanda Sandrelli arriva subito e con grande disponibilità ci introduce allo spettacolo «Oscar e la dama in rosa», il monologo di cui è protagonista che andrà in scena domani alle 16 all’Auditorium Paganini - l'attrice sarà accompagnata dai Filarmonici di Busseto - e il cui ricavato sarà devoluto all’Ospedale dei Bambini. 
«Io e Lorenzo Gioielli, il regista, ci siamo sentiti scelti da questa storia, abbiamo subito capito che era necessaria, che poteva fare e farci bene. Il tema è straziante, attraverso la vicenda di Oscar, un bambino condannato da una leucemia incurabile, si parla di temi che non si affrontano mai come la malattia, la morte, Dio».
Come avete scelto di trasportare il racconto di Eric-Emmanuel Schmitt sulla scena?
«Il libro è già abbastanza perfetto per il teatro - spiega la Sandrelli - abbiamo solo fatto piccoli tagli per stare nei tempi e ci siamo concentrati nel dare vita alla narrazione letteraria. Io interpreto i diversi personaggi, ma non si tratta di una prova di perizia tecnica, ma di rendere in modo semplice un contenuto così denso».
La vicenda si svolge in un ospedale. Oscar è malato terminale. Cosa si prova a dire a un bambino che deve morire?
«Questa storia mi faceva paura. Ho due figli. So che cosa mi succede, il personaggio lavora dentro di me anche contro la mia volontà. In questo caso però mi è rimasta dentro l’energia del bambino, la sua dignità, il suo non arrendersi mai. Sono sola in scena con una sedia e un pigiama. Ma il teatro mostra tutta la sua potenza, la capacità di liberare dalle paure, di far vedere e vivere. E rende possibile il confronto con i grandi temi, come la morte, contro cui andiamo a sbattere tutti».
Come ha reagito il pubblico che avete incontrato fino ad ora?
«Nella prima parte si ride, Oscar è un bambino spiritoso e di grande vitalità. La vicenda è terribile, si sa fin dall’inizio, ma l’autore trova le parole per dare qualche strumento in più per accettare la malattia. C’è tanto intrattenimento in giro, chi sceglie di venire a teatro vuole un’esperienza diversa».
Quale ruolo ha la musica nello spettacolo?
«I musicisti entrano nella storia, segnano il passo alle parole, spezzano la tensione, alzano il ritmo. La musica chiude ognuna delle dodici lettere a Dio che Oscar compone e in alcuni momenti entra e si mischia al racconto».
Qual è il segreto del rapporto tra Oscar e Nonna Rosa?
«Lui vuole la verità. Lei è l’unica che ha il coraggio di dirgliela. Ma dolcemente. Gli propone un gioco. Fare che ogni giorno che gli resta, e sono dodici, valga dieci anni. Oscar scrive dodici lettere a Dio e gli racconta cosa è accaduto in quel decennio. Così vive la sua adolescenza, si innamora, si sposa, invecchia, vive tutta la sua vita e muore a 120 anni».
A lei cosa ha lasciato questo lavoro?
«Mi ha fatto fare un salto in avanti, nel senso che mi ha fatto capire cosa voglio davvero dal mio lavoro, arrivare diritti alle persone. Tecnicamente ho cercato di dare fluidità al racconto. Mi piacerebbe che Oscar restasse nella mia vita. Trovare ogni tanto la giusta occasione, prendere la valigia e il pigiama e ripartire».
 

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