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Film recensioni - La regola del silenzio

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Lara Ampollini

«Trent’anni fa un ragazzo sveglio come te sarebbe stato sensibile alla nostra causa». E’ tutto in una frase il senso di uno sguardo: quello che vede il nostro presente attraverso il filtro di un’altra epoca, fatta di ideali che oggi sembrano fanatismi, di giovani che lottavano contro il sistema mentre oggi combattono gli altri per entrarci, di attenzione per le verità nascoste contro un giornalismo tutto scoop e cinismo.
La compagnia che ti scegli, il titolo originale, rendeva meglio l’idea. Perché per Robert Redford, ogni film è una dichiarazione di campo, sempre la stessa che noi ritroviamo con somma delizia, come la sua zazzera color grano, sopra il viso sempre più stropicciato.
Redford ha 76 anni ma è sempre buono, bravo, bello, giusto. Un regista che crede nell’impegno civile, nel cinema di Sidney Pollack, negli ideali degli anni Settanta. Qui, in più, si serve dello schema del thriller, per intrappolarci con lui in una lunga fuga e ricerca di quegli ideali, una lotta per la vita, non solo quella fisica, ma fatta di tutte le sue scelte e conseguenze. Ecco allora un passato che ritorna, un futuro da difendere con il cuore di un papà affettuoso, la passione di un vero democratico e la scaltrezza di chi ha già vissuto tre giorni da condor. Robert Redford è di nuovo un uomo braccato da un sistema che tenta inutilmente di scalfire la sua integrità (che poi ricalca il credo del regista in fatto di politica, di rapporto con gli altri esseri umani, e qui, anche di cinema).
Thriller classico, ben impostato sulle prove di attori come Susan Sarandon, Shia LaBeouf, Julie Christie, Nick Nolte, il film è tratto da un romanzo di Neil Gordon che offre a Redford regista molti spunti che gli sono congeniali. Il suo personaggio, Jim Grant, è un avvocato vedovo con una bambina che viene smascherato da un cronista locale (LaBeouf): nel suo passato c’è l’appartenenza al gruppo di sinistra radicale dei Weather Underground, impegnati nei primi anni Settanta nelle proteste anti-Vietnam, e forse coinvolti in un omicidio. Anticipando l’Fbi, Grant organizza un ingegnoso piano di fuga grazie alle sue capacità logiche e alle esperienze del passato. L’unico che sembra intuirne le intenzioni è il giovane cronista. Appoggiandosi alla rete silente degli ex militanti del movimento (un’occasione per far luce sulle loro vite e sui loro ideali quarant’anni dopo), Grant persegue un obiettivo, il vero motivo per cui l’uomo non cerca semplicemente di fuggire. Sta in quel motivo il colpo di scena del film e l’insegnamento che farà crescere umanamente il cronista aspirante cinico LaBoeuf.
C’è una parte giusta da cui stare, afferma senza incertezze il film, la parte della pace, della giustizia, degli affetti (l’«american dream» politicamente corretto che Redford ha messo a disposizione anche di Obama). In una parola, della verità. Niente di nuovo, forse, ma non lo puoi chiedere a un’icona.

LA REGOLA DEL SILENZIO
REGIA: ROBERT REDFORD
SCENEGGIATURA: LEM DOBBS, dal romanzo di Neil Gordon
FOTOGRAFIA: ADRIANO GOLDMAN
MONTAGGIO: MARK DAY
MUSICHE: CLIFF MARTINEZ
INTERPRETI: ROBERT REDFORD, SHIA LABEOUF, NICK NOLTE, CHRIS COOPER, JULIE CHRISTIE, BRENDAN GLEESON, RICHARD JENKINS, STANLEY TUCCI
GENERE: THRILLER
Usa 2012, colore, 1 h e 57'
DOVE: D'AZEGLIO  E THE SPACE CINECITY
GIUDIZIO: ●●●●●

 

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  • Claudio

    23 Dicembre @ 09.53

    Francamente deludente. Il film ha una sceneggiatura inverosimile in molti punti : l'arrivo di tutti alla baita nei boschi fa sorridere, come pure la storiella dell'adozione e della mamma che si ricorda dopo trent'anni della figlia e di nascosto la va a vedere... I dialoghi sono scontati, gli attori mettono tristezza, dovrebbero essere cinquantenni (sono trascorsi trent' anni da quando erano ventenni non cinquanta!) Per non parlare della notte brava dei due vecchietti (questo ci fa capire il regista birichino inquadrando i suoi ex pettorali sotto un lenzuolo che deve aver trascorso una notte impegnativa poverino. La conclusione buonista con repentino pentimento in mezzo al lago, confessione lampo e scarcerazione istantanea, beh siamo alle favole. Ridicolo il non dialogo finale tra padre (78 anni..) e figlia di nove. Insomma una buona occasione persa per stare fermi ed evitare di rovinare l'immagine di tanti grandi attori del passato ormai remoto. Si salvano solo la Sherandon e l'ossidato Nolte, oltre alle quattro note d'organo che melanconicamente ci ricordano l' autentico involontario messaggio del film: che e' proprio brutto invecchiare male.

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