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Daniela Dessì scioglie il gelo di "Turandot"

Daniela Dessì scioglie il gelo di "Turandot"
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Elena Formica
Gli enigmi sono tre, la Dessì è una. Anzi unica. Da tempo, infatti, aveva deciso di debuttare nel ruolo di Turandot e – sissignori - lo ha fatto. Dove? Al Teatro Carlo Felice, cioè nella «sua» Genova, la città dove è nata. Allestimento di Giuliano Montaldo, tra i più belli al mondo per quest’opera. Sul podio Donato Renzetti.
Quanto all’esito, un successo. Applausi e ancora applausi. Per la cronaca, un uditorio smaliziato e malizioso gremiva la sala, irresistibilmente spinto dalla più pura, ossia feroce, curiosità melomane. Questa: ma la Dessì che «c’azzecca» con la principessa di gelo, che razza di Turandot sarà mai la sua? Come Liù, si sa, Daniela Dessì è stata (ed è) un distillato d’emozione. Però quell’indimenticabile Liù, la piccola schiava che diretta da Maazel sfidava la potente Dimitrova/Turandot, avrebbe mai potuto trasformarsi, ella stessa, nella terribile erede della principessa Lo-u-ling? La risposta è sì. Con una carriera favolosa per qualità, prestigio e durata, Daniela Dessì aveva voglia di togliersi questo «capriccio» (parola sua). Sicché ha lanciato la propria voce inconfondibile - palpitante, sensuale, elettrica - oltre l’ostacolo, che è poi lo stereotipo, di una Turandot con suoni e metodi per così dire «wagneriani», vale a dire assoggettata, nel tempo, al dominio di soprani quali la grande Birgit Nilsson – chapeau! – ma anche e purtroppo alle velleità di certe sue vane imitatrici (della serie: sotto l’acuto niente). La prima Turandot, ricordiamolo, fu Rosa Raisa. Era un soprano avvezzo a titoli quali Don Giovanni, Norma, Il Trovatore. Non era una Valchiria. Ecco allora che Daniela Dessì ha affrontato con passione, con intelligenza, ma soprattutto con quel tanto di provocazione che un’artista di tale calibro può permettersi, l’arduo ruolo di Turandot, portandolo su un terreno interpretativo per certi aspetti originario, perduto, e affermando con ciò quanto potenziale espressivo si annidi tra le pieghe di una voce (ma sarebbe meglio chiamarla «anima») decisamente lirica e istintivamente musicale, spinta sì verso l’estremo limite del canto, però algida mai, al contrario innervata di inquietudini enormi e contratte (il desiderio di amore e la paura di amare), dolorosamente inconfessabili se non attraverso il ricordo, tanto assurdo quanto assiduo, della dolce ava profanata: la principessa Lo-u-ling. Nel ruolo del Principe ignoto il tenore Mario Malagnini, un Calaf non stentoreo, ma abile e concreto nel misurarsi con una parte a sfondo spiccatamente eroico, qui amministrata con equilibrio e giusti accenti. Molto bene, veramente brava Roberta Canzian, che al personaggio di Liù ha impresso la sincerità di una giovane donna, senza fare il verso a certe insostenibili Liù della rarefazione «sentimental-vocale», francamente insopportabili. Hanno fatto il dover loro Francesco Verna, Enrico Salsi, Manuel Pierattelli (Ping, Pang, Pong), Ramaz Chikviladze (Timur) e il Coro del Carlo Felice, voci bianche comprese. Funzionale il resto del cast. Magnifica la direzione di Donato Renzetti. Tutto Puccini, tutto questo Puccini che osa, nel melodramma, l’inosabile, tutto questo Puccini che eccita l’orchestra con suggestioni, strumenti e suoni di un futuro respirato, proprio a un passo dalla morte, come l’aria più invadente e necessaria, tutto questo Puccini dell’incompiuta Turandot si è specchiato e riconosciuto nella direzione di Donato Renzetti, di un vero Maestro che a noi, a Parma, sta mancando assai.

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  • Luciano

    04 Gennaio @ 02.12

    Una splendida Turandot, con una bravissima Daniela Dessì

    Rispondi

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