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SempreVerdi - Trovatore a Bologna

SempreVerdi - Trovatore a Bologna
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Elena Formica
 "Aquiloni solitari", secondo Alberto Savinio, i canti del Trovatore. O meglio: nel Trovatore. Canti, li chiamava. Non arie, bensì "canti di una specie singolare, che aprono una finestra improvvisa per la quale l’anima salpa violentemente, e dolcissimamente assieme, nella sconfinata libertà dei cieli". Canti "verticali", dunque, che "in un cielo senza vento salgono diritti nella notte infinita".

Ma dov’erano questi canti nell’ultimo Trovatore al Teatro Comunale di Bologna? Dov’era questo Verdi che, complici i versi di Cammarano, ha ordito fascinose melodie per (in)cantare il cuore,  disseminando d’irresistibili seduzioni poetiche un’assurda trama di fatti, misfatti, antefatti?
Nell’opera appena andata in scena a Bologna, con regia di Paul Curran  ripresa da Oscar Cecchi, i canti <verticali>  descritti da Savinio risultavano purtroppo  orizzontali. “Tacea la notte placida”, “Deserto sulla terra”, “Il balen del suo sorriso”, “Ah sì, ben mio”, “D’amor sull’ali rosee” – stelle di sconcertante bellezza nel buio universo della vicenda- inanellati come in un semplice concerto, eseguiti all’insegna di un efficientismo scenico-vocale che parecchio dista dall’essere teatro. La delicatissima atmosfera del Trovatore, siderale e incandescente come la prima notte sulla Terra, trapanata dalla banalità di una regia che ha spostato in un Ottocento risorgimentale (ma senza il fuoco e l’anima del Risorgimento) la nera storia del Trovador di Gutiérrez, ambientata all’inizio del XV secolo.
Per fortuna dirigeva Renato Palumbo, volitivo e al pari accorto, con esiti estremamente pregevoli sul fronte orchestrale, nel tentare di condurre verso una sintesi ispirata, cioè verdiana, gli elementi vuoti e sparsi d’una messa in scena ambiziosa, ma di fatto ineloquente e avara nei confronti dei protagonisti, che davano l’impressione di occupare (non di vivere) lo spazio scenico sulla base di un’automatica successione di numeri con relativa attesa di applausi. Da qui, ad onta della musica, un’orizzontalità senza voli, senza emozioni.
Al debutto nel ruolo del titolo, Roberto Aronica: un Manrico di veritiero slancio tenorile e istintivamente sensibile, pure, a più intime e necessarie trepidazioni, credibile alfine. Onesta la prova di Maria José Siri (Leonora), fatta eccezione per un paio d’incontrollati strilli; crudele con stile Roberto Frontali nel ruolo del Conte. Animalesca e ululante, inappropriatamente carica e caricata l’Azucena di Andrea Ulbrich. Bene Luca Tittoto (Ferrando), ottimo il Coro forgiato da Lorenzo Fratini.
(foto Rocco Casalucci)

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